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Vittorio
De Sica
Il brano che segue è di Maria Mercader ed è ripreso integralmente
dal sito web: http://www.desica.com
© Associazione amici Vittorio De Sica
Il denaro spegne l'immaginazione
di Maria Mercader
Ladri di biciclette ha molti padri putativi; una quantità di
persone, uomini di cinema, sceneggiatori, scrittori, si vantano di averci
avuto mano. E' vero che alla sceneggiatura hanno collaborato in parecchi,
ma l'idea l' ha avuta Zavattini e Vittorio è stato veramente
l'autore del film, non solo perché l' ha pensato e diretto, ma
perché ha anche trovato i soldi per farlo.
Vittorio fu preso subito dal soggetto, non ebbe un dubbio. Dal momento
in cui Zavattini gli segnalò il libro di Luigi Bartolini dallo
stesso titolo, uscito in quei giorni, ogni altro progetto fu accantonato.
Mi ricordo le giornate sconfortanti che perdeva facendo il giro dei
produttori. Andai, un paio di volte, con lui. Vittorio raccontava la
storia del film, per così dire sceneggiandola, e interpretava
tutte le parti: spettacolo che valeva la pena di essere visto. Ma i
produttori italiani, nonostante Sciuscià, collegavano ancora
a De Sica le commedie dei telefoni bianchi, o credevano che un film
sulla miseria non avrebbe prodotto altro che miseria. Come diceva Vittorio,
il denaro spegne l'immaginazione.
Intanto si lavorava alla sceneggiatura. All'inizio partecipava anche
Sergio Amidei, che tuttavia si ritirò dopo un mese, forse poco
convinto della qualità del soggetto. Nei titoli di testa del
film si leggono in ordine alfabetico molti nomi di sceneggiatori: Oreste
Biancoli, Suso D'Amico, De Sica, Adolfo Franci, Cherardo Cherardi, Gerardo
Guerrieri, Cesare Zavattini. Ma l'unico che lavorò al testo e
alla realizzazione, dal primo all'ultimo giro di manovella, fu Zavattini.
Vittorio estese anche all'estero il suo giro delle sette chiese: interessò
case di produzione americane, francesi, inglesi. In fondo, pensava,
qualcuno di quelli li ha fatto i soldi con Sciuscià, avrà
voglia di ritentare. Ma, in generale, i produttori professionisti erano
legati all'idea industriale hollywoodiana del cinema. Selznick, per
esempio, si dichiarò in linea di massima favorevole al progetto,
ma mise come condizione che il protagonista fosse Cary Grant. Non si
poteva pretendere, diceva Vittorio, che gli americani avessero già
capito che cos'era il nuovo cinema italiano (si incominciava allora
a chiamarlo neorealismo): ringraziò e rifiutò garbatamente.
Non andava meglio in Europa. In Francia, niente. In Inghilterra, Gabriel
Pascal, produttore di Cesare e Cleopatra, ospitò Vittorio nella
sua villa, ma lo chiudeva a chiave in camera per paura che s'incontrasse
con Alexander Korda' il maggior produttore inglese di quei tempi. Alla
fine offri dieci milioni di lire, somma del tutto insufficiente, anche
se i film di Vittorio non costavano mai molto. Vittorio tornò
a casa e riprese il suo pellegrinaggio. Andammo a Zurigo e di nuovo
a Parigi. Ci parlarono di un editore, Toepliz, che forse era tentato
di metter soldi in un film. Questo signore abitava in una specie di
castello ed era gentilissimo: soldi, però, niente. La sera, nella
camera che ci era stata assegnata, aprii la valigia di Vittorio e ci
trovai dei sacchettini legati con nastrini rossi, all'apparenza pieni
di sabbia. Lui rinunciò a indagare su questa nuova diavoleria
di sua moglie e buttò quella roba dalla finestra. L'episodio
gli bastò per prevedere, superstizioso com'era, che col signor
Toepliz non avremmo combinato niente; e fu buon profeta. Tornammo a
Milano, piuttosto depressi. Nell'atrio dell'albergo Fabrizio Sarazani
ci presentò il conte Cicogna, col quale avviammo la solita stentata
conversazione, piena di sorrisi, con cui cercano di conoscersi le persone
che non si conoscono. Dopo un po' Vittorio andò a telefonare
a Roma e io mi trovai a raccontare la trama di Ladri di biciclette.
Il conte era un così buon ascoltatore che gli dissi anche delle
nostre questue presso i produttori di mezzo mondo. Sopraggiunse Vittorio,
parlò da par suo, divertente e commovente. Risultato: un uomo
che fino a un'ora prima non conoscevamo s'impegnò a fondo dove
i produttori professionisti si erano tirati indietro: il conte Cicogna
dichiarò che avrebbe finanziato il film al cinquanta per cento.
Il denaro che ancora mancava fu offerto a Vittorio da un grande amico,
l'avvocato Ercole Graziadei; Sergio Bernardi, altro amico del buono
e del cattivo tempo si occupò della contabilità e dell'amministrazione
della PSD. «Soci straordinario, diceva Vittorio «mi lasciano
fare quello che voglio». Cicogna, Graziadei e Bernardi non erano
soltanto uomini coraggiosi; erano uomini intelligenti, che avevano capito
la professionalità di De Sica anche nel gestire la produzione
e i costi, e si affidarono a lui completamente. Vittorio era euforico
in quel periodo. Ladri di biciclette fu, con Umberto D., il progetto
che lo appassionò di più; egli era perciò pervaso
dalla soddisfazione dell'artista che finalmente può metter mano
alla sua materia, felice di vedere il film prendere forma come lo aveva
pensato; e infine gli andava tutto bene. Trovò l'operaio, Lamberto
Maggiorani, che doveva essere il protagonista; trovò il bambino
Enzo Staiola. L'anno di Ladri di biciclette è il 1948 (la prima
proiezione pubblica si ebbe in novembre); ma la preparazione durò
dei mesi. Nella mia memoria c'è un lungo periodo in cui in casa
mia non si parla d'altro: riunioni di sceneggiatura, entusiasmi di Zavattini,
depressioni perché non si trovano i soldi. Finalmente, e fortunatamente
come ho raccontato i soldi arrivano.
Proprio il giorno in cui incominciò la lavorazione di Ladri
di biciclette seppi di essere di nuovo incinta. Mi sembrò una
coincidenza di buon auspicio. Mi proposi di prendere tutte le precauzioni
possibili, di portare la mia gravidanza come qualche cosa di sacro;
speravo finalmente di avere un figlio.
La prima proiezione di Ladri di biciclette che io ricordo fu organizzata
alla fine di novembre o ai primi di dicembre per un pubblico di studenti
al cinema Barberini di Roma. Vittorio e io entrammo a sala buia, di
nascosto, e ci mettemmo in fondo, in una delle ultime file. Lui era
emozionatissimo: non l' ho mai visto così terrorizzato. Gli studenti
applaudirono e ci rincuorammo; ma per un po' di tempo furono quelli
gli unici consensi che il film si ebbe dagli spettatori. La critica
no: fu in genere favorevole e, man mano, sempre più entusiastica.
Non so chi ebbe l'idea di fissare la prima del film in tutta Italia
per il 22 dicembre: preso nella girandola dei film di Natale, Ladri
di biciclette non aveva certo numeri che lo raccomandassero a un pubblico
festoso e deciso a dimenticare i suoi guai. Andammo a Napoli per vedere
che accoglienza sarebbe stata fatta al film: sembrava a Vittorio che
la città che considerava sua gli avrebbe dato il senso del favore
o del rifiuto popolare. Ero incinta di sei mesi e il viaggio, in un
rapido che si scuoteva continuamente, mi ridusse male. Non andai alla
proiezione e aspettai in albergo il ritorno di Vittorio.
«Com'è andata?» gli domandai: ma dalla sua faccia
avevo già capito tutto. «Non è piaciuto» rispose
lui sobriamente.
Tentavamo di consolarci con scherzi goliardici. Alla porta del ristorante
da Nino in via Rasella; dove andavamo di solito a mangiare, c'era una
locandina che annunciava il film Duello al sole, destinato a sostituire
al Metropolitan Ladri di biciclette. Strappavamo il foglio prima di
entrare e il giorno dopo ne trovavamo un altro: le case americane erano
davvero bene organizzate. Jennifer Jones e Gregory Peck rimpiazzarono
dopo pochi giorni al Metropolitan il nostro povero operaio derubato
della sua bicicletta ed ebbero un enorme successo.
Vittorio era scoraggiato. Gli dispiaceva soprattutto per i suoi soci,
per Graziadei, per Bernardi, per il conte Cicogna, che avevano avuto
tanta fiducia in lui. Andò a Parigi per tentare di vendere il
film. Due amici, che lo avevano visto in privato, Charensol e Becker,
gli consigliarono di organizzare una serata per gli artisti di Parigi.
Vittorio mi raccontò che, in attesa della proiezione, era più
terrorizzato ancora del giorno in cui Rossellini lo aveva soccorso con
una sigaretta. «E' stata la serata più emozionante della
mia vita» diceva «peccato che non c'eri anche tu. E'andata
benissimo».
Non sarei proprio potuta esserci: e per la ragione più bella
del mondo: da alcuni giorni ero madre, era nato Manuel il 24 febbraio
1949. Allora vivevo ancora in albergo, all'Hotel de la Ville. Le doglie
incominciarono alle sei del mattino; ero spaventata solo per il fatto
che il parto si preannunciava un po' prematuro, e infatti Manuel è
nato di otto mesi e una settimana. Telefonai al fratello di Vittorio,
Elmo, perché non potevo certo chiamare Vittorio a casa e annunciargli
che stava per essere padre. Telefonò mia madre, venne Vittorio
con un tassì e mi portò alla clinica Villa Margherita.
Per fortuna tutto andò bene: il mio figlio maggiore era un neonato
bellissimo.
La prima persona che mi trovai accanto al letto dopo il parto fu il
nostro amico e grande avvocato Ercole Graziadei. L'aveva certamente
avvertito Vittorio, forse perché vedesse il bambino, che più
tardi avremmo tentato di legittimare, o semplicemente perché
una persona che ci vuol bene è un piacere averla vicino nei grandi
momenti della nostra vita. Particolare curioso: Vittorio non nascose
alla moglie di aver avuto un figlio da me, ma le disse che era nata
una bambina. Non voleva forse che si amareggiasse al pensiero che lei
gli aveva dato una figlia mentre io ero madre di un maschio. Sono sicura
che pensò in ogni caso ad attutirle il colpo, anche per evitare
che aumentasse la sua ostilità verso di me. A Parigi ci andò
che io ero ancora in clinica ma, quando tornò, carico di regali,
commosso, esultante, mi raccontò tutto alla sua maniera intensamente
descrittiva, tanto che ho ancora l'impressione che ebbi allora, di esserci
stata anch'io. Il film, per far presto ed evitare la burocrazia doganale,
fu portato a Parigi in quattro "pizze" dall'avvocato Graziadei
nella propria valigia, sotto la protezione del passaporto diplomatico
col quale in quel momento viaggiava. La serata si svolse alla Salle
Pleyel, dove erano convenute tremila persone, il meglio della cultura
francese. C'erano tutti, da Gide a René Clair, da Malraux a Coeteau.
Un trionfo: Vittorio dovette improvvisare un discorsetto di ringraziamento
nel suo buffo francese, ma si godette gli applausi e gli abbracci dei
mostri sacri. Mi portò un libro di Gide, con una dedica dell'autore
cosi ammirativa, che fece arrossire anche me.
Intanto ero tornata dalla clinica all'albergo, luogo dove non è
facile, scoprii, vivere con un bambino appena nato. Avevo per esempio
una grande camera da letto matrimoniale, ma passavo gran parte della
notte in bagno, da dove gli strilli del piccolo, che era uno strillatore
vigoroso, giungevano attenuati alle camere vicine. Vittorio diceva,
scandalizzato, che non si può tenere un bambino a quel modo,
che dovevo vivere in una casa. Ma io nicchiavo: avevo paura della solitudine
in un appartamento, di sera e di notte. In albergo era diverso: il luogo,
paradossalmente, era per me più intimo, più protetto.
Nessuno poteva salire da me, se non facendosi annunciare dal portiere;
la stessa grande quantità di persone che si aggirava nell'edificio
mi rassicurava.
Arrivò mia madre dalla Spagna e mi trovò una balia. Dalla
mia stanza passai in un appartamento più grande sullo stesso
piano, Manuel venne battezzato e tutto sembrava andare nel migliore
dei modi. Beh, c'era qualche piccolo inconveniente, naturalmente. Per
esempio io allattavo ma nello stesso tempo volevo partecipare alla vita
di Vittorio e andavo con lui a tutti i suoi appuntamenti. Ricordo che
un pomeriggio stavamo nella bellissima casa di Tennessee Williams che
in quel periodo viveva a Roma, e io mi dovetti alzare di colpo e correre
all'albergo, perché era l'ora di dare il latte al bambino. Corsi
al De la Ville, Manuel fece la sua poppata, e in meno di mezz'ora tornai
nel salotto di Williams. Il nostro ospite era molto interessato alla
mia situazione; s'informò minutamente di tutto e poi mi domandò
perché mai non dessi al bambino il poppatoio. Ci raccontò
che nel Sud degli Stati Uniti, nel periodo della sua infanzia, praticamente
tutti i neonati della gente bene prendevano il latte da una balia negra.
Rideva al pensiero che i suoi connazionali erano così razzisti
da non voler che i loro figli andassero a scuola con ragazzi negri,
ma non gli importava che fossero delle negre a tirarli su fino ai cinque
o sei anni di età. Che sciocchezza, diceva, l'idea che un bambino
possa suggere idee e tendenze col latte materno: in questo i suoi amici
razzisti avevano ragione. Conobbi in quel periodo anche René
Clair, che, di passaggio a Roma, aveva cercato Vittorio. Il grande regista
mi piacque immensamente anche come uomo: un signore e un affettuoso,
simpaticissimo amico.
Continuava il cammino trionfale di Ladri di biciclette: cinque nastri
d'argento in Italia e altrettanti o più premi internazionali.
E, per fortuna, parecchio denaro. Vittorio pagò i debiti fatti
per Sciuscià, ma ciò che rimaneva non bastava certo per
metter su un film. Di progetti in testa Vittorio ne aveva più
di uno, ma per vararli senza mettere a rischio i soldi degli amici,
capì che avrebbe dovuto guadagnare, lavorando come attore nei
film degli altri.
Per maggiori informazioni su Vittorio De Sica si può
visitare il website http://www.desica.com
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