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La Terra Trema
di Michelangelo Antonioni
Esistono film facili da giudicare e film difficili. “Stagecoach”, “Ladri di biciclette”, “Le jour se lève”, “La terra trema”, sono difficili. Son film innegabilmente dotati di una carica eccezionale, che ci colpisce subito, ma questa stessa carica ci suggerisce poi una infinità di interrogativi: di che polvere è fatta? A quale miccia s'accende? In quale direzione intende esplodere? Così l'esame critico si insabbia nel terreno della probabilità e si possono leggere frasi di questo genere: “Se abbiamo ben capito”, in conclusione dovrebbe essere quella di un' anarchia moralistica...». E Carlo Bo a proposito del “Verdoux”. Incompetenza? O non piuttosto perplessità, legittimata dalle tante discussioni che il film ha suscitate?
Anche “La terra trema” ha avuto da una parte violente negazioni, dall'altra apologie incondizionate.
Indubbiamente è un' opera che disorienta, e questo è un dato positivo. «Il porte en soi - disse Gide di Ch.L. Philippe - de quoi désorienter et surprendre, c'est-à-dire de quoi durer». Le opere durature sono sempre frutto di un rapporto dialettico tra l'autore e il mondo. L'autore intende moltissime cose: descrivere, narrare, smascherare, inveire, commuovere, e se talvolta un proposito contamina l'altro e la chiarezza ne è compromessa, poco male. L'arte può, non deve essere chiara.
Nei riguardi di Luchino Visconti la critica si è generalmente indotta a discussioni polemiche e ideologiche tali da confondere piùche chiarire le idee. E il solo riconoscimento di quel suo istinto che lo porta a violentare così francamente un testo teatrale o uno scena-rio cinematografico non basta a delineare un giudizio. Se le virtù di Visconti consistessero unicamente in questa attitudine e abitudine di violenza, e non fossero che questo, se non potessimo cioè considerare tale attitudine come uno degli aspetti esteriori di un'intima e a suo modo coerente capacità creativa, il tono del nostro discorso diverrebbe presto mondano.
Ma è chiaro che il regista di “Ossessione” e “La terra trema”, di “Parenti terribili", “Adamo”, “Zoo di vetro”, “Euridice“Via del tabacco”, “Troilo e Cressida” ecc., merita un altro tono, un'altra considerazione. Perché è prima di tutto come autore che Visconti si impone. Come autore di La terra trema in particolare, perché qui è una sua esperienza...intellettuale che giunge alla poesia. Certamente “Ossessione” era un film più caldo. L'ho rivisto recentemente, è uno di quei film che non invecchiano, anzi col tempo svelano la loro autenticità. Ma c'è in “Ossessione” uno stimolo sentimentale autobiografico che impedisce alle immagini di acquistare quell' esistenza staccata e fatale che è propria delle grandi opere, in cui il personaggio ha con l'autore una somiglianza lontana, inafferrabile, segreta.
È il caso del film siciliano, i cui personaggi sono figli adottivi di Visconti; egli li ha fatti suoi durante il sopralluogo in Sicilia; ha scelto quelli più suoi. «Ho trascorso il Natale con i “miei pescatori...»”, mi scriveva in quel periodo. Ed è questa la sua forza più concreta, questa capacità di adesione, di entusiasmo, di sacrificio. Perché non bisogna dimenticare che alla causa poetica di “La terra trema” Visconti ha sacrificato tanta parte di se stesso. li Visconti cosmopolita, mitteleuropeo: tutto il Visconti che si sarebbe calato invece in un film come “Il processo di Maria Tarnowska”, se i produttori avessero capito che proprio quel film bisognava lasciargli fare (e lo avrebbe fatto benissimo). Acitrezza, evidentemente, non ha niente a che veder col mondo di Visconti, i suoi abitanti sono di razza e sangue diversi, ma forse è possibile indicare proprio in questo distacco originario tra autore e ambiente, tra autore e personaggio, la ragione di un risultato così puro liricamente. Non direi quindi esatto quanto scrive Renzi su «Bianco e Nero» (n. 2,1949, p. 69), e cioè che «anche Visconti rischia l'accademia della rivoluzione: poiché la intende come una mitologica e "ormai data" necessità storica, da contemplare con aristocratico distacco».
L'affinità di Visconti col mondo dei pescatori di Acitrezza è, sì, elettiva, ma dire che l'opera di Visconti porta il marchio della «fredda e preziosa premeditazione» è per lo meno avventato, trattandosi di un film girato come sappiamo, senza sceneggiatura, davvero romanticamente, metro per metro, inseguendo ora questo ora quel motivo, il dialogo scoperto sulle labbra degli stessi interpreti. Quale premeditazione, dunque? Ma se per sottolineare l'aspetto sociale della vicenda Visconti ha fatto ricorso al commento parlato, che, appunto per la sua funzione specifica, rimane estraneo all' opera, didascalia al quadro. Senza dire che lo schema è poi quello di Verga, che non era certo un marxista. Si obietterà che, a parte lo schema, La terra trema è abbastanza lontano da Verga, ed è vero. L'ambiente è quello, quelli sono i personaggi, il mare, il nespolo, ma lo spirito è differente. Il motivo verghiano della famiglia come unità religiosa in Visconti non c'è; qui c'è una famiglia intesa come cellula sociale, come classe di individui. Vi sono dei personaggi meno primitivi, più nuovi, che sono tutti un po' 'Ntoni: i suoi amici come le sue sorelle. Il concetto di giustizia già li pervade. Si può dire, paradossalmente, che “La terra trema” è il seguito dei “Malavoglia”. Ma come non considerare che il libro è del 1881, mentre il film è del 1948? Non possiamo rimproverare a Luchino di essere un uomo del suo tempo, di leggere i giornali, di avere delle idee politiche. Per noi, per il cinema italiano (e non solo italiano), è importante che Visconti si sia recato in Sicilia, abbia osservato, visto e inventato. Soprattutto questo: inventato. La terra trema va considerato come una complessa invenzione poetica. Non tutto è poetico, ma dove lo è, lo è in modo alto.
L'etica di Visconti è umanissima e si identifica con la sua arte. Ma quando fra l'una e l'altra si verifica una frattura, allora è la retorica che spunta, è il brutto. I ricchi commercianti di pesce che mangiano pasti troppo lauti, la risata grassa dell'uomo contro la parete su cui spicca la scritta mussoliniana, certi discorsi di 'Ntoni in barca durante la notte: sono immagini che non nascono dalla stessa felicità di creazione che anima invece quelle dedicate alle due sorelle, ai fratellini. Sono, queste due sorelle, i personaggi più belli del film. Così accorata e saggia l'una, sognante e irrequieta l'altra, entrambe condannate alla malinconia della miseria, al letargo. E quei bambini macilenti, vestiti di stracci, che spuntano nei «totali», nelle «panoramiche» per poi scomparire dopo aver dato un' occhiata stupita ai grandi o ascoltato una favola. E tutti gli altri personaggi anonimi che popolano gli sfondi in un giuoco continuo, che per essere poco appariscente non è meno essenziale alla verità dell'insieme. In nessun altro film italiano si riscontra una tale inventiva tecnica, una così moderna funzione della tecnica, dagli effetti panfocali ai lunghi movimenti di macchina, dalla inquadratura come documento composto armonicamente alla fotografia lucida e incisiva.
Movimenti di macchina che scoprono sempre qualcosa, sia pure un semplice atteggiamento o gesto; inquadrature che dicono veramente qualcosa, anche un semplice stato d'animo; fotografia che dà sempre, potentemente, un clima. Saremmo sulle orme dell'Olivier di “Amleto", se qui non si trattasse in sostanza di un tecnicismo fine a se stesso. In Visconti la tecnica è davvero al servizio della poesia. Si pensi all'arrivo dei pignoratori nella casa del nespolo. Li vediamo nella strada,
dapprima, arrivare verso la porta del cortile; poi dalla porta di casa li vediamo entrare nel cortile; poi da una seconda porta interna li vediamo entrare nella casa: si ha il senso di un' autentica, inesorabile invasiva. Movimenti di macchina che scoprono sempre qualcosa, sia pure un semplice atteggiamento o gesto; inquadrature che dicono veramente qualcosa, anche un semplice stato d'animo; fotografia che dà sempre, potentemente, un clima.
Saremmo sulle orme dell'Olivier di “Amleto", se qui non si trattasse in sostanza di un tecnicismo fine a se stesso. In Visconti la tecnica è davvero al servizio della poesia. Si pensi all'arrivo dei pignoratori nella casa del nespolo. Li vediamo nella strada,
dapprima, arrivare verso la porta del cortile; poi dalla porta di casa li vediamo entrare nel cortile; poi da una seconda porta interna li vediamo entrare nella casa: si ha il senso di un' autentica, inesorabile invasione. Si pensi alla scena d'amore fantasiosamente risolta con quella corsa ariosa per prati e rocce, col rumore del mare, e di un treno, se ben ricordo; alla scena degli ubriachi di notte, col suo ritmo interno lento, ondulato, e il fischiettare soddisfatto e osceno, del maresciallo; e quel singolare momento in cui 'Ntoni ritorna dall' avere ipotecato la casa, ed è una bellissima mattina ad Acitrezza, le donne sono sui terrazzi e parlano forte tra loro; grida, risate, richiami, rumori, echeggiano nell' aria limpida, e 'Ntoni si stende sull' erba, le gambe accavallate in primo piano. C'è qui un'intuizione precisa e sensibile della Sicilia e della sua gente, c'è l'interpretazione esatta di un concetto di Dino Garrone relativo ai personaggi verghiani: «lI cosmo è il loro grande orologio».
“La terra trema” è un film che non va troppo approfondito criticamente. Bisogna cercare di scoprire il segreto della sua poesia in quello che muove in noi, bisogna coglierne le vibrazioni in superficie, quanto insomma di istintivo, illogico, inconsapevole esso rispecchia. Chi conosce Visconti sa che hanno tanto più peso, e sono tanto più suoi, i suoi gesti delle sue parole. Qui sono suoi gesti le sequenze citate, le voci e i rumori della partenza per la pesca all'imbrunire, le canzoni dei muratori, la luce livida del temporale, le inflessioni di voce della sorella minore e gli atteggiamenti della maggiore, la veemenza di 'Ntoni e la rassegnazione della madre, e tante altre cose nelle quali, a parte l'inevitabile polemica sociale che si portano dietro, si trovano il tono e il timbro più sinceri della voce poetica di Luchino Visconti.
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