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La
casa teatro di Visconti
di Luca Reginelli
Il contenuto che segue è ripreso integralmente dal website ©
Film/Letteratura
Il Gattopardo (1963), Ludwig (1973), Senso (1954), ovvero Visconti
e la decadenza, il "cupio dissolvi" di un mondo di aristocratica
bellezza che tra il 1860 e il 1870 si congeda, prende commiato da un
palcoscenico nel quale continua a recitare una parte ormai svuotata
del significato più profondo (il potere), aggrappata ad un'esteriorità
di facciata.
I teatri della recita sono: la villa, il palazzo, il castello, confini
di un mondo altro al di fuori dei quali lo spettacolo finisce. Il soggetto
messo in scena non è più l'esecuzione del potere, ma,
parafrasando Tancredi, "il corteggiamento della morte".
Una "lettura" narratologica de Il Gattopardo può approfondire
il percorso visivo fatto da Visconti attraverso la simbologia della
casa nobiliare.
L'incipit è caratterizzato da una serie di dieci inquadrature:
il cancello, il viale, il giardino, la facciata, i busti, le finestre
... . Queste inquadrature fisse e carrellate laterali, a "scrivere"
il testo filmico (sempre da sinistra a destra come nell'atto della scrittura
o della lettura) ci presentano una villa nobiliare che, l'insistenza
della macchina da presa (rimarcata anche dal tema musicale) eleva quasi
a protagonista.
Dopo questo corteggiamento visivo finalmente la macchina da presa, attraverso
una finestra, ci consente di entrare all'interno della casa e di questo
mondo la cui serenità viene subito turbata da un segnale di morte
(il cadavere di un soldato in giardino). Entrando vediamo il Principe
di Salina inginocchiato per il rosario, in sua compagnia, iniziamo un
viaggio in un mondo che sta per scomparire.
Il viaggio in questo mondo, questo stesso mondo (idealmente), e il film
finiscono quando il Principe di Salina esce da palazzo Ponteleone dove
si è svolta la famosa scena del ballo e si avvia a piedi stanco
verso un vicolo buio della città povera, accompagnato da altri
presagi di morte: il quadro (copia di La morte del Giusto di Greuze,
rappresentante un compianto in punto di morte) che lo aveva turbato
al ballo e un prete di ritorno da un Santo Viatico davanti al quale
il Principe si inginocchia.
Ciò che intendo sottolineare è che la straordinaria abilità
di Visconti nell'utilizzare architetture e arredamenti nei suoi film
non è solo accurata ricostruzione storica o calligrafica illustrazione
ma sapiente utilizzo di elementi visivi che da significanti, attraverso
il discorso filmico si fanno significati profondi, simboli.
Dando spazio alle residenze come emblemi di nobiltà, Visconti
non fa altro che ascoltare la sua sensibilità di lettore, seguendo
cioè suggerimenti presenti nel testo da cui è tratto il
film Il Gattopardo e in un altro di G. Tomasi di Lampedusa che il regista
potè consultare ovvero i Ricordi d'infanzia. Opere nelle quali
le case, tramite descrizioni quasi maniacali, sono rese nostalgicamente
come simboli di un mondo che sta per finire.
Vi segnalo alcuni brani del romanzo che oltre ad essere descrittivi,
quasi in forma di enumerazione caotica, attribuiscono ai palazzi la
funzione di segnare lo spazio narrativo dedicato ad una realtà
altra: "Tancredi voleva che Angelica conoscesse tutto il palazzo
nel suo complesso inestricabile di foresterie vecchie e foresterie nuove,
appartamenti di rappresentanza, cucine, cappelle, teatri, quadrerie,
rimesse odorose di cuoi, scuderie, serre afose, passaggi, anditi, scalette,
terrazzini e porticati, e soprattutto di una serie di appartamenti smessi
e disabitati, abbandonati da decenni e che formavano un'intrico labirintico
e misterioso. ... Le scorribande attraverso il quasi illimitato edificio
erano interminabili; si partiva come verso una terra incognita..., e
i due ragazzi erano lontano, invisibili, soli come su un'isola deserta.
Restavano a guardarli soltanto un ritratto a pastello ... o su un soffitto
obliterato una pastorella subito consenziente ... Quando Angelica e
Tancredi ritornavano nel mondo dei viventi dal loro esilio nell'universo
dei vizi estinti, delle virtù dimenticate e, soprattutto, del
desiderio perenne, venivano accolti con bonaria ironia." E ancora:
"la sala da ballo era tutta oro: liscio sui cornicioni cincischiato
nelle inquadrature delle porte, damaschinato chiaro quasi argenteo su
meno chiaro nelle porte stesse e nelle imposte che chiudevano le finestre
e le annullavano conferendo così all'ambiente un significato
orgoglioso di scrigno escludente qualsiasi riferimento all'esterno non
degno."
La fedeltà di Visconti al testo originale è profonda,
ma consapevole di doversi esprimere soprattutto attraverso i mezzi artistici
propri al cinema: le immagini in movimento.
Conseguente quindi la sostituzione della voce narrante del romanzo,
che filtra il racconto attraverso il linguaggio, con un "discorso
di immagini" nel film, che descrive mettendo in scena, "agendo
la scenografia", trasformandola in protagonista.
Questa interpretazione può essere avvalorata anche dalla "lettura"
di Ludwig. Qui il discorso è il medesimo: il giovane Re pieno
di buoni propositi appena viene investito del potere scopre che questo
non è altro che un vuoto apparato scenografico privo di presa
sulla realtà. Ludwig non potrà fare altro che vivere nella
solitudine di questi palazzi, che nella loro vuota magnificenza, da
emblemi di un potere che non c'è più si trasformano in
confini di una realtà altra fatta di sensibilità artistica
ed umana, frustrata da un'alienazione che diventa simbolo dell'assurdità
della condizione umana (o di quella condizione umana).
Il tema del declino e decadenza dell'aristocrazia e dell'universo che
le apparteneva nel 1865 era già stato trattato da Visconti in
Senso che, finissimo lettore quale era, riuscì a scorgere in
una novella piuttosto mediocre come quella di Boito, il soggetto per
un capolavoro cinematografico su questo argomento.
Ed è proprio mettendo a confronto novella e film, che emerge
un Visconti (aiutato per la sceneggiatura da Suso Cecchi D'Amico, Carlo
Alianello, Giorgio Bassani, Giorgio Prosperi, Tennessee Williams e Paul
Bowles) implacabile nello sfrondare tutto l'inessenziale e geniale nello
sviluppare temi accennati quasi inconsapevolmente da Boito, fondamentali
invece, per il progetto artistico del film.
Infatti l'ambientazione storica (per entrambi è il Risorgimento)
da sfondo incolore, in margine di una storia d'amore nella novella,
si sviluppa in elemento portante nella trama del film intrecciandosi
più strettamente alla vicenda dei protagonisti.
Il film, a differenza della novella, inizia durante una manifestazione
popolare antiaustriaca. Livia è impegnata nel movimento indipendentista
italiano. I soldi che usa per salvare dalla guerra l'amante erano destinati
alla causa rivoluzionaria.
Con questi cambiamenti Visconti, non solo dà più spazio
all'analisi storica, ma fa sì che quella storia d'amore, fatua
e fine a se stessa in Boito, diventi essa stessa metafora di quell'epoca,
proponendosi anzi come rappresentazione iconica del giudizio di "rivoluzione
tradita" (Franz tradisce Livia, Livia tradisce i compatrioti, e
tutti, il loro appuntamento con la storia) più volte espresso
in interviste da Visconti.
Il maestro si diceva, è abilissimo nello sviluppare spunti appena
accennati da Boito; alludo ad esempio al tema degli specchi ed a quello
del melodramma.
Due frasi innocue della contessa Livia nella novella " ... nè
trovo altro conforto che questo solo, il mio specchio" e "ecco
la costanza degli uomini, ecco la saldezza delle passioni! - Contessa
Livia, muoio, mi uccido, la sua immagine sparirà dal mio petto
con l'ultima goccia del mio sangue; .... - frasi da melodramma, pochi
mesi e tutto svanisce ... schifosa natura umana" diventano (specchi
e melodramma) due motivi stilistici fondamentali, sia della realizzazione
artistica, che della ricerca conoscitiva del film.
Infatti nella sequenza iniziale alla Fenice dove è di scena Il
Trovatore la "recita" della contessa Livia inizia mentre,
inquadrata di spalle, si guarda in uno specchio, dove appare di fronte
(quindi doppia) e si toglie il velo che la copre nel momento in cui
si può notare, nel campo visivo dello specchio, il sipario che
si alza, inizia il melodramma (IV atto). (cfr. Luchino Visconti di Alessandro
Bencivenni, 1982).
Allo stesso modo il primo incontro di Franz e Livia viene ripreso dentro
uno specchio, in un'inquadratura in cui la cantante attrice in scena
si viene a trovare, visivamente, tra i due futuri amanti, simbolizzando
così il codice linguistico e comportamentale (melodramma) che
costituirà per i protagonisti l'unico modo possibile di interpretare
il loro ruolo.
E ancora Livia: "posso parlarle francamente?" risponde Franz:
"certo, è l'unica maniera che io apprezzi". Qui Visconti
ironicamente, proprio quando viene fatta professione di franchezza,
inquadra, alle spalle dei futuri amanti, il soprano sul palcoscenico.
Infatti Livia (Visconti) dichiara di lì a poco: "sì
a me piace l'opera, non mi piace quando si svolge fuori scena né
che ci si possa comportare come un'eroe da melodramma senza pensare
alle conseguenze gravi di un gesto impulsivo ..." battuta che,
non solo verrà contraddetta dal comportamento "melodrammatico"
suo e degli altri protagonisti, ma che inevitabilmente va a riferirsi
ad alcuni di quegli interpreti di quella rivoluzione, per certi versi,
da melodramma che fu il Risorgimento.
A quegli italiani, aristocratici o borghesi, che persero l'occasione
che la storia offriva loro di essere veri, non riuscendo che a recitare
"frasi da melodramma" più dette che sentite, combattendo
più per affari privati che per la causa pubblica.
Il motivo stilistico del melodramma è veramente molto insistito
da Visconti tanto da far scaturire un vero e proprio effetto rebound
(cfr. Immagine di un'immagine di Antonio Costa, 1993, anche per una
lettura in chiave scenografica de Il Gattopardo) tra cinema e teatro,
o meglio tra cinema e opera lirica, questo grazie soprattutto all'indimenticabile
sequenza alla Fenice, tra l'altro scelta come incipit in posizione quindi
altamente significativa, dove viene rappresentato Il Trovatore (non
a caso di quel simbolo dei moti risorgimentali che fu Verdi).
Senso inizia con un'inquadratura fissa in campo lungo del palcoscenico,
sempre nella stessa sequenza un complesso movimento di macchina ribalta
completamente il punto di vista: prima dal loggione verso il palcoscenico
(con carrellata in avanti) poi dal palcoscenico, compresi gli attori,
verso la platea. Visconti qui sembra fare una dichiarazione di poetica
in immagini; si potrebbe tradurla, parafrasando Calvino, dicendo che
forse il teatro (o il cinema) non è altro che la finestra attraverso
la quale il mondo guarda il mondo. C'è un "senso" preciso
(sia come "significato" che come "direzione" che
come "sentimento") in questo percorso euristico: lo sguardo
del pubblico in quel teatro (e anche di quello del film) percorre un
circuito ottico conoscitivo, che lo riporta al punto di partenza, su
se stesso, solo dopo essere passato attraverso il filtro dell'opera
lirica che lo "impressiona" di tonalità melodrammatiche,
che da qui in avanti costituiranno il registro, verrebbe da dire il
"senso", predominante di tutto il film.
Il corto circuito di significati tra film e opera lirica (altro effetto
rebound) avviene anche a livello di trama e cioè l'inizio del
film e il punto dell'opera in cui il film inizia (fine del III atto
e inizio del IV), raccontano la stessa storia. La protagonista Leonora/Livia
va a intercedere presso il nemico Conte di Luna/Franz Mahler a favore
del proprio caro Manrico/Conte Ussoni. Naturalmente il prosieguo è
ben diverso, cosa altamente significativa dal punto di vista culturale
e cioè l'opera rimane fedele fino alle estreme conseguenze allo
spirito romantico, che il film sostituisce con moderno disincanto realistico:
Leonora sacrifica la sua stessa vita per amore, Livia (dopo aver tradito
la patria) fa uccidere l'amante che aveva tradito il suo amore.
Anche l'interpretazione degli attori contribuisce a sottolineare il
"melodramma in atto". La recitazione è volutamente
affettata e sopra le righe, in particolare della contessa Livia (Alida
Valli) e del cugino Ussoni (Massimo Girotti) e cioè dei rappresentanti
nel film dell'indipendentismo risorgimentale; leggermente diverso il
discorso per Franz Mhaler (Farley Granger) che utilizza il registro
romantico/ melodrammatico solo quando un freddo calcolo ne suggerisce
la necessità, essendo invece nei momenti di naturalezza biecamente
antieroico, introducendo così in contrappunto un motivo di modernità
(realismo). Modernità sottolineata dall'anacronistica allusione
implicita nel cambio di nome da Remigio Rumiz a Franz Mhaler, e cioè
quel Gustav Mhaler che di lì a pochi anni (rispetto al periodo
in cui è ambientato il film, 1866) avrebbe rinnovato la sintassi
della composizione musicale e che per Visconti fu sempre simbolo di
decadenza, infatti sempre a lui si allude in Morte a Venezia con il
musicista (protagonista) Gustav von Aschenbach.
Come sempre in Visconti un altro fattore significativo è la scenografia.
Senso, si può dire, è la prima tappa di un percorso di
ricerca artistico/espressiva che individuò nelle residenze nobiliari
e borghesi i teatri del melodramma della decadenza di un'epoca, utilizzandole
però volutamente solo come "fondali di scena" della
recita degli attori, senza arrivare a dare loro quell'autonomia espressiva
che le eleverà a protagoniste ne Il Gattopardo e in Ludwig (dove
riusciranno a reggere l'assenza degli attori, significando quindi anche
solo per se stesse).
Il valore simbolico della scenografia in Senso è proprio quello
di teatralizzare il film; dopo la prima scena responsabile di questo
processo di risemantizzazione, gli elementi scenografici vengono utilizzati
da Visconti e Ottavio Scotti (lo scenografo) sempre in maniera artificiosa
e antinaturalistica come se, in qualche modo, non si uscisse mai dalla
Fenice, o comunque sottolineando anche visivamente il melodramma in
atto. Cosicchè le case di Senso diventano vere e proprie case
teatro i cui esempi più significativi sono Villa Aldeno e la
casa di Franz a Verona.
La scena a Villa Aldeno, in cui Franz va a trovare Livia nella sua camera
da letto rischiando di essere scoperto, è un vero e proprio pezzo
di regia teatrale, dove Visconti dimostra tutta la sua maestria nel
descrivere ciò che sta fuori dalla stanza degli amanti senza
mai mostrarlo, solo ed esclusivamente attraverso dialoghi e rumori di
fondo fuori campo. E ancora la funzione di casa teatro viene sottolineata
anche dagli splendidi affreschi della villa, che fanno da veri e propri
"fondali di scena", davanti ai quali Franz recita la parte
dell'innamorato.
Infine la scena del confronto finale tra Livia e Franz si svolge in
una casa anacronisticamente sovraccaricata dall'arredamento e dominata
da una cupa tinta di rosso che già sottolinea scenograficamente
il monologo di Franz sulla decadenza di un'epoca: "cosa m'importa
che i miei compatrioti abbiano vinto oggi una battaglia in un posto
chiamato Custoza, quando so che perderanno la guerra e non soltanto
la guerra e l'Austria tra pochi anni sarà finita e un intero
mondo sparirà, quello a cui apparteniamo tu ed io. E il nuovo
mondo di cui parla tuo cugino non ha alcun interesse per me."
Termino il viaggio attraverso la casa teatro di Visconti affascinato
dalla potenza evocativa di un mondo di immagini che trae forza espressiva
anche dalla sua misteriosa enigmaticità, concordando con il Principe
di Salina quando dice: "un palazzo di cui si conoscono tutte le
stanze non è degno di essere abitato".
Moderno dottor Gudden concludo, proponendo di riflettere sulla battuta/testamento
di Ludwig (Visconti): "povero dottor Gudden costretto a studiarmi
da mattino a sera, da sera a mattina, ma io sono un enigma e voglio
rimanere un enigma per sempre, per gli altri e anche per me stesso."
E quindi, buone visioni!
© di Luca Reginelli - Film/Letteratura
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