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Cinema
antropomorfico
di Luchino Visconti
Che cosa mi ha portato ad una attività creativa nel cinema?
(Attività creativa: opera di un uomo vivente in mezzo agli uomini.
Con questo termine sia chiaro che mi guardo bene dall'intendere qualcosa
che si riferisca soltanto al dominio dell'artista. Ogni lavoratore,
vivendo, crea: sempre che egli possa vivere. Cioè: sempre che
le condizioni della sua giornata siano libere e aperte; per l'artista
come per l'artigiano e l'operaio).
Non il richiamo prepotente di una pretesa vocazione, concetto romantico
lontano dalla nostra realtà attuale, termine astratto, coniato
a comodo degli artisti, per contrapporre il privilegio della loro attività
a quella degli altri uomini.
Poiché la vocazione non esiste, ma esiste la coscienza della
propria esperienza, lo sviluppo dialettico della vita di un uomo al
contatto con gli altri uomini, penso che solo attraverso una sofferta
esperienza, quotidianamente stimolata da un affettuoso e obiettivo esame
dei casi umani, si possa giungere alla specializzazione.
Ma giungere non vuoi dire rinchiudersi, rompendo ogni concreto legame
sociale, come a molti accade, al punto che la specializzazione finisce
sovente col prestarsi a colpevoli evasioni dalla realtà, e in
parole più crude: al trasformarsi in una vile astensione.
Non voglio dire che ogni lavoro non sia lavoro particolare e in un certo
senso "mestiere". Ma sarà valido solo se sarà
il prodotto di molteplici testimonianze di vita, se sarà una
manifestazione di vita.
II cinema mi ha attirato perché in esso confluiscono e si coordinano
slanci e esigenze di molti, tesi per un lavoro complessivo migliore.
E chiaro come la responsabilità umana del regista ne risulti
straordinariamente intensa, ma, purché egli non sia corrotto
da una decadentistica visione del mondo, proprio da essa verrà
indirizzato sulla strada più giusta.
Al cinema mi ha portato soprattutto l'impegno di raccontare storie di
uomini vivi: di uomini vivi nelle cose, non le cose per se stesse.
Il cinema che mi interessa è un cinema antropomorfico.
Di tutti i compiti che mi spettano come regista, quello che più
mi appassiona è dunque il lavoro con gli attori; materiale umano
con il quale si costruiscono questi uomini nuovi, che, chiamati a viverla,
generano una nuova realtà, la realtà dell'arte.
Perché l'attore è prima di tutto un uomo. Possiede qualità
umane-chiave. Su di esse cerco di basarmi, graduandole nella costruzione
del personaggio: al punto che l'uomo-attore e l'uomo-personaggio vengano
ad un certo punto ad essere uno solo.
Fino ad oggi, il cinema italiano ha piuttosto subito gli attori, lasciandoli
liberi di ingigantire i loro vizi e le loro vanità: mentre il
problema vero è quello di servirsi di ciò che di concreto
e di originario essi serbano nella loro natura.
Perciò importa fino a un certo grado che attori cosiddetti professionali
si presentino al regista deformati da una più o meno lunga esperienza
personale che li definisce in formule schematiche, risultanti di solito
più da sovrapposizioni artificiose che dalla loro intima umanità.
Anche se molto spesso è una dura fatica, quella di ritrovare
il nocciolo di una personalità contraffatta e una fatica che
tuttavia vale la pena di spendere: proprio perché al fondo una
creatura umana c'è sempre, liberabile e rieducabile.
Astraendo con violenza dagli schemi precedenti, da ogni ricordo di metodo
e di scuola, si cerchi di portare l'attore a parlare finalmente una
sua lingua istintiva. Si intende che la fatica non sarà sterile,
solo se questa lingua esiste sia pure involuta e nascosta sottocento
veli: se esiste cioè un vero "temperamento".
Non escludo, naturalmente, che un "grande attore" nel senso
della tecnica e dell'esperienza, possegga tali qualità primitive.
Ma voglio dire che, spesso, attori meno illustri sul mercato, ma non
per questo meno degni di attirare la nostra attenzione, ne posseggono
altrettante.
Per non parlare dei non attori, che, oltre a recare il contributo affascinante
della semplicità, spesso ne hanno di più autentiche e
di più sane, proprio perché, come prodotti di ambienti
non compromessi, sono spesso uomini migliori. L'importante è
scoprirle e metterle a fuoco. Ecco dove è necessario intervenga
quella capacità rabdomantica del regista, tanto nell'uno come
nell'altro caso.
L'esperienza fatta mi ha soprattutto insegnato che il peso dell'essere
umano, la sua presenza, è la sola "cosa" che veramente
colmi il fotogramma, che l'ambiente è da lui creato, dalla sua
vivente presenza, e che dalle passioni che lo agitano questo acquista
verità e rilievo; mentre anche la sua momentanea assenza dal
rettangolo luminoso ricondurrà ogni cosa a un aspetto di non
animata natura.
Il più umile gesto dell'uomo, il suo passo, le sue esitazioni
e i suoi impulsi da soli danno poesia e vibrazioni alle cose che li
circondano e nelle quali si inquadrano. Ogni diversa soluzione del problema
mi sembrerà sempre un attentato alla realtà così
come essa si svolge davanti ai nostri occhi: fatta dagli uomini e da
essi modificata continuamente.
Il discorso è appena accennato, ma accentrando il mio netto atteggiamento,
vorrei concludere dicendo (come spesso amo ripetermi): potrei fare un
film davanti a un muro, se sapessi ritrovare i dati della vera umanità
degli uomini posti davanti al nudo elemento scenografico: ritrovarli
e raccontarli.
© "Cinema", numero 173-174, settembre,
ottobre 1943.
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