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Luchino
Visconti
di Federica Mazzocchi
tratto da STORIA DELLA REGIA TEATRALE IN ITALIA
La figura di Luchino Visconti (1906-1976) occupa un posto di assoluto
rilievo nella storia dello spettacolo contemporaneo. Celebre cineasta,
creatore di memorabili allestimenti lirici, Visconti si distingue anche
nella prosa per l'impulso straordinario dato all'affermazione
della regia e al rinnovamento della scena in Italia. Artefice di spettacoli
minuziosamente progettati, autorevole guida per gli attori, scenografo
e costumista di gusto, Visconti può essere indicato quale primo
e compiuto esempio di regista teatrale moderno nel nostro paese. Il
suo esordio nel teatro di prosa cade in un anno cruciale per la storia
recente della penisola. In un'Italia sfigurata dalla guerra e
ancora tagliata in due dalla Linea gotica, nel gennaio del 1945 va in
scena all'Eliseo di Roma Parenti terribili di Jean Cocteau, che
si rivela immediatamente con i caratteri del grande evento.
L'aura leggendaria che circonda lo spettacolo si giustifica a
posterio rivalutando l'impatto che ha avuto nel teatro italiano
del dopoguerra. Tutti i contemporanei ebbero chiara coscienza del cambiamento
epocale che si era verificato: fra i tanti Gerardo Guerrieri, Dramaturg
e collaboratore del regista, e lo stesso Vittorio Gassman -di
cui pure si narrano clamorosi scontri con Visconti - riconobbero
che quella messinscena rappresentava un avvenimento storico, segnando
di fatto uno spartiacque tra due modi assolutamente diversi di concepire
lo spettacolo e il lavoro dell'attore.
Certo, Visconti non opera nel vuoto. Pensiamo a Strehler che tra poco
fonderà insieme a Grassi il Piccolo di Milano, a Squarzina che
fresco d'Accademia ha dato inizio al suo itinerario registico,
e prima di loro al lavoro di Orazio Costa, di Bragaglia, all'azione
instancabile di Silvio D'Amico in favore della regia... Eppure
Parenti terribili è uno spettacolo-manifesto, perché esprime
in un lampo l'idea del cambiamento, fotografa lo slancio del teatro
italiano verso forme e repertori inediti, segna una data simbolica per
l'uscita dal provincialismo, dalla ripetitività e dallo
scarso livello culturale del regime. Aristocratico e ricchissimo, educato
all'amore per l'arte, la letteratura e la musica, Visconti
si accosta al teatro sin dalla fanciullezza. Nel palazzo avito a Milano
c'è, infatti, un teatrino nel quale l'intera famiglia
realizza recite. Il secondo luogo cruciale della sua formazione è
il Teatro alla Scala, in cui i Visconti possiedono un palco direttamente
sull'orchestra e da dove Luchino può osservare il preludiare
degli strumentisti e studiare i caratteri dello spettacolo lirico.
L'inclinazione per il melodramma nata in gioventù lo porterà
non solo a diventare un grande regista lirico, ma a nutrire personaggi
e situazioni del suo teatro e del suo cinema con forme e temi di quel
mondo. Un certo gusto per la monumentalità dell'apparato
che caratterizza la sua scena di prosa e la predilezione per testi in
cui i conflitti siano spinti al parossismo nascono anche dall'amore
per il melodramma; e così il film S e n s o (1954), con le scene
iniziali ambientate alla Fenice di Venezia durante la rappresentazione
del Trovatore di Verdi, oppure Rocco e i suoi fratelli (1960) e Morte
a Venezia (1971), concepiti come vere e proprie partiture operistiche
. Il melodramma non è dunque soltanto passione teatrale profondissima
- da lui definito «la forma forse più completa di
spettacolo, dove convergono parole, canto, musica,danza, scenografia»
- ma vero centro ispiratore di psicologie, caratteri, immagini.
L'arte, la musica, la letteratura (Dostoevskji, Verga, Stendhal,
Balzac e soprattutto Proust) e poi i viaggi, la possibilità di
uscire dagli angusti confini culturali dell'Italia fascista: è
un apprendistato che dà a Visconti quello spessore internazionale,
quella consapevolezza europea, quella sicurezza nel gusto e nel gesto
che caratterizzerà, sebbene con diversi percorsi, anche Giorgio
Strehler.Il 1936 è un anno importante nella vita del trentenne
conte Visconti, ormai orientato verso il mondo dello spettacolo. Grazie
a Coco Chanel, conosce il regista cinematografico Jean Renoir e lavora
come assistente alla regia e costumista per il film Une partie de campagne.
Parigi significa, dunque, il cinema, ma anche la politica, il Fronte
Popolare, il consolidarsi di una coscienza militante che sfocerà
nella lotta partigiana e nel sostegno al PCI.
Alla fine del 1936 dobbiamo a onor del vero datare anche il suo primo
incontro ufficiale con il teatro di prosa professionistico. Visconti
mette in scena al Canzoni di Milano due testi ormai caduti nell'oblio,
Carità mondana di Traversi e Il dolce aloe di Mallory.Le foto
di scena ritraggono allestimenti curati, ma che ancora non lasciano
presagire la forza espressiva e la carica dirompente del suo lavoro
teatrale dal 1945 in poi. Garbata e cordiale è l'accoglienza
della critica per i due spettacoli, e convinta è soprattutto
l'approvazione del pubblico per le scenografie eleganti e gradevoli,
ma siamo davvero lontani dal provocatorio progetto di rinnovamento che
sottende Parenti terribili e le scelte drammaturgiche successive. Occorrerà
quasi un decennio prima che la scena viscontiana inneschi quella rivoluzione
cui alludono Guerrieri e Gassman.
Occorrerà passare attraverso la tragedia della guerra e attraverso
la tappa capitale di Ossessione (1943), capolavoro cinematografico maturato
nell'ambiente progressista della rivista «Cinema»
e alla base del neorealismo. Ossessione provoca nel cinema quello che
Parenti terribili provocherà nel teatro: l'improvviso e
repentino invecchiamento di forme e modi fino a quel momento consolidati.
Immediato è il contrasto rispetto al panorama cinematografico
italiano, caratterizzato da prodotti in cui l'assenza di conflitti
e il perbenismo rappresentavano il tratto comune e ricorrente. Trasferendo
la tragica vicenda degli amanti assassini dall'America del romanzo
Il postino suona sempre due volte di Cain ai paesaggi della Bassa Padania,
Visconti mostra personaggi,volti e corpi reali, ne ritrae senza censure
le violente tensioni emotive, facendoli agire all'interno di luoghi
espressivi e ben riconoscibili. La sofferente e scarmigliata Giovanna
di Ossessione, con il suo dramma esposto, clamoroso, offerto senza più
filtri, è già preludio al viso stravolto della protagonista
di Parenti terribili.
Visconti, insomma, prende bruscamente le distanze dal clima fintamente
idilliaco del cinema italiano coevo e, attraverso uno stile corposamente
realistico, insegue l'autenticità dei conflitti e delle
passioni umane: egli stesso dichiara che la sua vocazione è per
un cinema «antropomorfico», volto cioè a raccontare
storie di uomini vivi: di uomini vivi nelle cose, non le cose per se
stesse. Mai nella storia artistica di Visconti si ripeterà un
anno teatrale come il 1945, eccezionale dal punto di vista quantitativo
con la creazione di ben sette spettacoli di prosa (il 1958, anno altrettanto
ricco, coniuga, tuttavia, spettacoli di prosa e operistici).
Temporaneamente sospeso l'impegno cinematografico, il regista
riversa la sua energia rinnovatrice sui palcoscenici romani dell'Eliseo
e del Quirino con messinscene polemiche che, sorrette da un minuzioso
realismo, originano opposti e combattivi schieramenti di sostenitori
e di detrattori. Con autorevolezza e carisma, egli impone alla scena
italiana una decisa sterzata all'insegna del teatro di regia,
la spinge con violente spallate al cambiamento. In primo luogo, nel
repertorio, finalmente aperto a opere contemporanee in particolare francesi
e americane, mai apparse in Italia per ragioni di censura. L'obiettivo
di Visconti è quello di colpire il pubblico con aperte provocazioni
sul piano politico, di costume e di comportamento sociale. Così,
la scena è invasa dalle grida della fragile Yvonne ,legata da
passione incestuosa per il figlio Michael in Parenti terribili; dalla
guerra civile spagnola vista da una prospettiva antifascista in Quinta
colonna di Hemingway; dalla poetica esistenzialista del Sartre di A
porte chiuse e della moderna Antigone di Anouilh, che riflette sulle
contraddizioni di una guerra ancora dolorosamente vicina. E ancora Visconti
mette a nudo un meschino mondo provinciale e borghese con La macchina
da scrivere di Cocteau; affronta il tema per quei tempi scabroso dell'omosessualità
con Adamo di Achard; ritrae con crudo realismo la miseria materiale
e morale di una comunità di contadini nella Via del tabacco di
Kirkland, basato sul romanzo di Caldwell. Alcuni fra questi testi possono
apparire oggi un po' datati, ma allora costituivano l'irrompere
nel teatro italiano di una cultura altra: lo sguardo spregiudicato degli
autori americani (già promossi in ambito letterario da Pavese,
Vittorini, Cecchi...), le istanze etiche dell'esistenzialismo
e le tematiche «sgradevoli» della drammaturgia francese.
Sempre guidato da gusto e cultura impareggiabili,Visconti strappa lo
spettatore alle abitudini di un teatro addomesticato, lo colpisce con
la forza di una verità gridata in faccia con violenza, e il pubblico
reagisce con adesioni totali e con fischiate memorabili. Un teatro mai
consolatorio, sempre «contro»: è questa un'altra
fra le qualità più interessanti dell'azione teatrale
di Visconti, artista che ama lo scandalo, le prime «rissose»,
le polemiche sui giornali, le battaglie teatrali di sapore quasi futurista.
Mai cercato con intenti narcisistici, il contraccolpo violento del pubblico
gli conferma l'attualità e la fertilità delle sue
proposte, poiché il teatro deve essere un luogo di comunicazione
tra palcoscenico e platea, una tribuna che spinga alla riflessione e
al confronto.
Il secondo tassello cruciale - accanto al rinnovamento del repertorio
- è il lavoro con gli attori. Anche in questo anno di lavoro
eccezionale e di debutti a perdifiato, Visconti allunga il più
possibile la durata delle prove, sia a tavolino sia in piedi. I quindici
giorni a disposizione per Parenti terribili - pochissimi, se paragonati
ai tempi lunghi che Visconti pretenderà in seguito - gli
sono comunque sufficienti per vincere le resistenze degli attori e scardinare
il ferreo sistema dei ruoli, assegnando le parti non più in base
alla consueta spartizione (prima donna, seconda donna, attrice giovane,
promiscua madre, primo attore, attore brillante...), ma cercando
la pertinenza e la coerenza tra personaggio e interprete. Così
Rina Morelli, a regola «seconda donna», diventa Madeleine,
fidanzata di Michel, poiché dotata delle adeguate caratteristiche
d'età e di temperamento per la parte di attrice giovane.
Per la Morelli, che rischiava qualche vezzo e qualche affettazione delle
prime attrici del tempo, l'incontro con il regista è maieutico,
riecheggia l'immagine primordiale del parto. Sotto la sua guida,
egli le chiede di fare emergere dall'interno del suo ventre sentimenti
e passioni vere che inconsapevolmente ella possiede, in uno sforzo di
creazione del personaggio che produce effetti di grande impatto per
la forza e la violenza con cui quei sentimenti e quelle passioni si
traducono sul palcoscenico. Questa azione radicale di rifondazione dell'attore
italiano, allo scopo di affidargli un modo diverso di fare teatro, è
evidente anche in rapporto all'altro punto di riferimento della
sua scena, Paolo Stoppa, che, a partire da Antigone e A porte chiuse
, progressivamente si libera dall'etichetta di brillante cui il
pubblico era abituato, per trasformarsi in attore moderno, dando corpo
anche alle sue corde drammatiche, aspre e tormentate. Allo stesso modo,
la compostezza un po'impostata di Andreina Pagnani va in pezzi.
Attrice elegante e sempre ben truccata, ella si ritrova sulla scena
violentemente illuminata dei Parenti terribili trasformata in un personaggio
sconvolgente, con gli occhi segnati da profonde e autentiche occhiaie,
con le mani nervose fra i capelli scompigliati e mal tinti. Una furiosa
ricerca di autenticità, un gesto perentorio in direzione di una
recitazione vera,pregnante, liberata: il successo di Parenti terribili
è il successo dina teatralità aggressiva e totalizzante,
che quasi non lascia respiro allo spettatore.
Il rapporto intenso con gli attori rivela la centralità che
essi detengono nello spettacolo viscontiano: fra tutti i compiti che
spettano al regista, la direzione degli attori è quello che egli
predilige. Muovendo da una concezione della regia come discorso sull'uomo
fatto attraverso «uomini vivi», la sua azione mira a esaltare
le qualità umane dell'interprete, al punto che l'«uomo-attore»
e l'«uomo-personaggio» giungano infine a coincidere.
Portare gli attori a parlare la loro «lingua istintiva»,
indurli a utilizzare in teatro elementi concreti e propri della loro
personalità: è la pars construens del metodo viscontiano,
sempre intrecciata all'azione di ripulitura da stereotipie e deformazioni.
Con Visconti emergono talenti molto interessanti (De Lullo, Marcello
Mastroianni, Lucilla Morlacchi...), vengono rilanciati attori in
declino (Tatiana Pavlova), convertiti alla prosa interpreti del teatro
leggero (la soubrette Olga Villi), utilizzati in maniera inconsueta
volti noti del cinema (Vittorio De Sica) e grandi glorie del teatro
preregistico (Ruggero Ruggeri, Memo Benassi...). Proprio questi
attori di vecchia scuola suscitano l'entusiasmo di Visconti per
tecnica, inventiva,esperienza. Benassi, per esempio, appare a Visconti
uno strumento musicale meraviglioso, che ripulito dei suoi vezzi mattatoriali,
poteva risultare un «violoncello straordinario»; e così
anche l'allora giovane Gassman, che per il regista era incline
a un certo cattivo gusto, ma era altresì dotato di qualità
eccezionali che bastava sorvegliare e incanalare. Pur illuminato dalla
creatività di alcuni grandi interpreti, nel teatro che Visconti
eredita e riforma il livello era deludente negli allestimenti come nella
recitazione e l'arte scenica aveva estremo bisogno di essere inquadrata
in una visione più ordinata, più disciplinata e cioè
più culturale, come da anni ripeteva Silvio D'Amico.
La parola ripulitura ricorre molto frequentemente nel lessico teatrale
viscontiano. Senza produrre complessi apparati teorici, Visconti procede
con mosse semplici, quasi istintive, che prendono le distanze da un
teatro generalmente poco attento all'analisi del testo e allo
studio del personaggio. La dilatazione massima dei tempi di prova e
l'eliminazione della figura del suggeritore sono funzionali a
una graduale appropriazione del personaggio, a una marcia di avvicinamento
fatta di letture prolungate, pause, progressive messe a punto. Nelle
prove a tavolino a ciascun interprete è lasciata la libertà
di lavorare a fondo sul proprio personaggio, pur sotto la guida sicura
del regista, in un rapporto di reciproca fiducia e collaborazione. Ciò
fa sì che l'attore si impadronisca della parte e già
dalle prime prove in palcoscenico possa fare a meno del suggeritore.
Condurre e sollecitare l'attore, sempre con mano ferma, talvolta
anche con durezza crudele: in gioventù allevatore di cavalli
da corsa, Visconti paragona gli attori a purosangue capaci di grandi
performance, quando si lascino guidare dallo sguardo esterno del regista,
che vigila sulla loro prestazione e governa il senso del testo e l'interazione
dei diversi temperamenti nell'unità dello spettacolo.
Il terzo momento della sua «riforma» teatrale è
una potente idea di spazio scenico, caratterizzata da quel gusto della
pienezza del quadro scenico che sarà tratto ricorrente del suo
stile. Per Visconti la scenografia non può essere minimalista,
né ovviamente generico contenitore. Con un minuzioso lavoro di
ricerca e di documentazione condotto accanto ai suoi collaboratori,
e sempre partendo dalle suggestioni e dalle sollecitazioni del testo,
il regista cerca immagini di forte impatto emotivo, trasforma le promesse
della pagina in fatti visivi memorabili. E, naturalmente, non mancano
le polemiche e il fiorire di una gustosa aneddotica sulle sue presunte
megalomanie. La scena viscontiana è sempre una scena in grande,
ma mai pretestuosa.
Agli esordi, il suo primo obiettivo è procedere a un vero e
proprio lavoro di bonifica dei palcoscenici italiani, sgombrandoli dal
pressappochismo, dalle scene dipinte e «ondeggianti»,dalla
generale impressione di bric à brac che non era infrequente nel
teatro del tempo. Così nasce la scena realistica e iper dettagliata
dei Parenti terribili, il letto sfatto, il tavolino coperto di medicinali,
la porta del bagno aperta in faccia al pubblico, oppure le baracche
de La via del tabacco, le barbe incolte vere, i piedi nudi e sporchi,
le «scorpacciate» di rape degli attori... Sono spettacoli
infinitamente più coerenti e espressivi, curati con meticolosità
da inquadratura cinematografica, ma questo non è l'unico esito
della sua rivoluzione, poiché ovviamente le scene non sono sfondi
sorprendenti o sfavillanti davanti ai quali opera l'attore. Nascono
sempre anche in funzione del lavoro dell'attore, mettendo a fuoco il
delicato e sottile rapporto che intercorre tra décor e interprete,
non intesi come entità separate, ma come segni che si riverberano
e ricadono l'uno sull'altro. La scena dà senso al gesto e alla
parola dell'attore, ne raddoppia l'intensità, diviene elemento
vivo, mezzo attraverso il quale il personaggio si costruisce, si fa,
giacché - secondo Visconti -, anche gli attori più
dotati hanno bisogno, per recitare in questo teatro nuovo, di essere
immersi in un'atmosfera di autenticità, fatta di cose vere,
precise, esatte.
Luchino Visconti
di Federica Mazzocchi
tratto da STORIA DELLA REGIA TEATRALE IN ITALIA
a cura di Paolo Bosisio
© Mondadori Università 2003
È possibile visualizzare altri capitoli del libro nel website
dell'editore - Mondadori/Azimut
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