iconGita a Palermo pensando a Visconti
di Gianni Farinetti

Mattinata palermitana, dunque felice perché qui sono sempre felice ed emozionato. Intestardendomi in eterni sopralluoghi ­ ormai pellegrinaggi ­ svolto da via Valverde l’angolo dietro l‘Oratorio di Santa Cita e sono in una stradetta, come la descrive Tomasi di Lampedusa nei “Ricordi d’infanzia”, recondita ma non strettissima, e ben lastricata; e non sudicia come si potrebbe credere. Via Lampedusa nel Mandamento Castellamare. Davanti all’Oratorio ci sono passato per anni, in ogni viaggio palermitano, trovandolo sempre sbarrato. Un primo pomeriggio di piena estate, piuttosto sconsolato, stavo lì a guardare il portale quando sentii un vocetta che faceva: “Pssssst!” Mi guardai intorno stupito. Nessuno. Il suono si ripetè. Alzai lo sguardo a una finestra e, dietro una grata spagnoleggiante, vidi un volto paffuto che, indicandomi una porticina, mi disse: “Volete vedere l‘Oratorio? Attendete, scendo.” Dopo un attimo ­ gran rumore di secolari chiavistelli ­ ecco una suorina nana che con un brusco sorriso, tutto siciliano, m’invitò a entrare. Era un sogno, godermi l’Oratorio tutto per me con la guida affaccendata della monaca (mentre m’illustrava i capolavori di Giacomo Serpotta spazzava qua e là). Ebbi modo, così, di gettare anche un’occhiata alla parte del chiostro che confina con palazzo Lampedusa ­ ciò che rimane di esso ­ e ricostruire a mente, secondo le indicazioni lasciate da Tomasi, la posizione del boudoir della madre come raccontato nei “Ricordi”.

Via Lampedusa è una strada sospesa nel tempo, solitaria e vuota. Il lato orientale è in buona parte occupato dalle rovine di casa Tomasi, la Scomparsa amata che lo scrittore descrive con un rimpianto pieno d'ira trattenuta: "Sarà quindi molto doloroso per me rievocare la Scomparsa amata come essa fu sino al 1929, nella sua integrità e nella sua bellezza, come essa continuò dopo tutto ad essere sino al 5 aprile 1943 giorno in cui le bombe trascinate da oltre Atlantico la cercarono e la distrussero."

Le ripugnanti rovine sono ancora qui, inconcepibile maceria nel cuore della città da oltre sessant’anni. Di quello che fu uno dei grandi palazzi aristocratici palermitani (lo scrittore ricorda che la sua superficie era di 1.600 metri quadrati, ma Andrea Vitello, biografo di Lampedusa annota che la superficie raggiungeva i 2.350 metri quadrati) non rimane niente, se non un vasto sfacelo. La facciata è spartita da due portoni murati con grigi blocchi di cemento. La chioma di un alianthus (o è forse un sommacco come quelli che crescono liberi allo Spasimo?) sparge la sua modesta ombra sulla piccola via abbandonata. Non ci sono abitazioni in questo tratto, solo il fianco severo dell'antico Monte di Pietà con le sue robuste inferriate carcerarie. Lampedusa scrive che durante i bombardamenti del ‘43 queste si scagliarono contro il palazzo di fronte penetrando nei saloni, con l'effetto che si può immaginare su stucchi e tappezzerie. Ma non si può immaginare, solo intuire, il dolore di Tomasi che, accorso da Capo d’Orlando dopo il bombardamento, riuscì soltanto a riempire una borsa di pochi effetti personali della moglie e s'incamminò poi verso Bagheria. Raggiunse a piedi la casa del principe di Mirto a Santa Flavia e per tre giorni si rinchiuse in una stanza rifiutandosi di parlare.

Immagino lungo questo stesso muro Luchino Visconti che guarda, suppongo attonito anche lui, la dissoluzione totale di un’epoca. Quella che si apprestava a ricreare quando Goffredo Lombardo gli propose nel 1961 la regià del Gattopardo. Fosse stato solo un tantino più in piedi, il palazzo, Visconti lo avrebbe volentieri restaurato a sue spese come fece vent’anni dopo nelle residenze bavaresi di Ludwig. Ancora oggi, nella grotta del castello di Linderhof, ci sono gli apparati scenici lasciati dopo le riprese.

Trovare i luoghi del film dev’essere stata un’impresa appassionante. E, per la produzione, infernale. Lampedusa non ambienta nessuna scena nel palazzo di famiglia ma, come si sa, l’inizio della vicenda si apre a villa Salina ai Colli con il rosario pomeridiano. Tomasi ricrea il soggiorno autunnale della famiglia Corbera di Salina in quella che era stata la villeggiatura del suo bisnonno, il principe astronomo Giulio di Lampedusa (il principone Fabrizio del romanzo). La villa ai Colli c’è ancora, un fantasma accerchiato da confuse costruzioni, nella quale Tomasi non mise mai piede perché di proprietà delle eccentriche prozie figlie del principe Giulio, Concetta, Carolina e Caterina, ed è stupefacente notare che tutte le residenze dei Lampedusa e dei Filangieri di Cutò (il ramo materno dello scrittore) versino ­ se ancora esistono - in uno stato di completo abbandono. Come se un destino maligno, irruente e devastante, si fosse abbattuto sulla famiglia dello scrittore. A questo proposito c’è tutta una pettegola letteratura: la presunta fama di potente jettatrice di Bice di Cutò, madre di Tomasi. Persino la sorella, Teresa Piccolo, madre di Lucio e Casimiro Piccolo di Calanovella, cercava di tenere lontana dalle sue proprietà la pur amata sorella. A Capo d’Orlando, casa dei Piccolo e rifugio amatissimo dello scrittore, le sedute spiritiche erano quotidiane, cosa che deve aver molto divertito ­ o forse infastidito ­ Visconti che sapeva quanto piacessero anche a suo padre.

Gli ambienti per villa Salina Visconti li trovò a villa Boscogrande, ed erano perfetti. Ancora oggi la casena settecentesca è magnificamente tenuta e ospita una raffinatissima sede di rappresentanza (il salone principale è intitolato a Visconti). Però, affacciandosi alla terrazza, non ci sono più gli sconfinati aranceti che degradavano fino al mare, ripresi sui titoli di testa del film. I terreni sono invece punteggiati da quartieri che attestano l’ombra dell’insensata speculazione edilizia dal boom economico in poi. Ma nel ‘62, per fortuna, erano ancora in parte intatti, altrimenti Visconti avrebbe scartato la location. O avrebbe fatto abbattere le villette che oggi fronteggiano la proprietà, ne sarebbe stato capace. Il Gattopardo è infatti l’opera nella quale Visconti decide la ricostruzione dell’assoluto realistico. Il vero più del vero, ma, ambiguamente, come nella sua cifra, anche il vero teatrale. Riguardando un film poco conosciuto come “Siamo donne”, film a episodi del 1953 da un’idea di Zavattini, l’episodio di Visconti con Anna Magnani è la riprova della finzione teatrale applicata a un fatto di vita quotidiana, qui in una chiave piena d’umorismo, a definitivo superamento, prendendosene gioco, della stagione neorealista. Come nel successivo “Senso” che sbalordì e molto disorientò i critici e gli spettatori dell’epoca.

Il Gattopardo, è stato detto, è l’inizio di una fase discendente nella filmografia di Visconti, la prima opera nella quale inizia a raccontare se stesso. Come volergliene, se così fosse, se il risultato è questo film? Tutta Palermo fu coinvolta nelle riprese, gli aristocratici interpretarono loro stessi nelle sequenze del ballo. Più di un mese solo per le riprese del ricevimento a palazzo Gangi, nell’estate del 1962. Un’ambulanza sempre pronta nel cortile del palazzo a soccorrere le centinaia di comparse e i conseguenti malori: si girava di notte, dalle dieci di sera all’alba e le riprese erano continuamente interrotte perché le candele dei lampadari si liquefavano sotto la luce dei riflettori e andavano ripetutamente cambiate. Per Claudia Cardinale fu costruita una speciale poltrona che le permetteva di riposare senza cambiare ­ e sgualcire ­ l’abito. Sono celebri alcuni aneddoti delle riprese: Pierino Tosi che scolora con foglie di tè, una ad una, le centinaia di camice rosse dei garibaldini. Francesco Orlando che, con la pungente malinconia che gli è propria, ricorda di essere stato allontanato dal set quando raccontò a Visconti che Lampedusa detestava il melodramma. O la costruzione ex novo dell’esterno del palazzo di Donnafugata. Cercando il luogo giusto venne scelta Ciminna a una trentina di chilometri da Palermo. Lo scenografo Mario Garbuglia riporta che la piazza del paese era ideale e Visconti se ne innamorò. Ma mancava il palazzo che, semplicemente, fu costruito. In una scena ­ per i più pignoli patiti di cinema ­ è da notare Burt Lancaster che si affaccia a una finestra guardando la piazza sottostante. Stacco sulla piazza dove si vede Tancredi che porta un cestino di pesche in omaggio ad Angelica. La ripresa torna nello studio del principe. La nota curiosa è che l’interno dello studio del principe fu girato mesi dopo ad Ariccia nel palazzo Chigi (così come tutte le scene in interni di Donnafugata, adattando la dimora romana alle prerogative di una siciliana). Il montaggio naturalmente è perfetto.

Da via Lampedusa scendo, passando per via Alloro sontuosa e deserta, verso piazza Magione allo Spasimo, il largo squarcio lasciato dall’ultima guerra e da stravaganti sventramenti urbanistici di fine Ottocento. L’Oratorio dei Bianchi è stato restaurato e offre la sua serena facciata alla piazzetta nella quale si svolge una delle scene della presa di Palermo da parte dei garibaldini con Tancredi ferito ad un occhio. Ancora immutata, invece, e sempre più in disfacimento, un’altra piccola e gentile facciata seicentesca che si vede bene nel film: la chiesetta dei santi Giuliano ed Euno. La loggia del frontone che funge anche da campanile è quasi illeggibile, le travi spezzate, il soffitto crollato. Accanto alla chiesa c’è una discarica di mobili rotti. Un cane mi guarda in attesa, si accuccia sotto un cipresso piantato di recente forse per lenire un poco il vasto squallore ­ la disperata poesia - della piazza. Sullo sterrato è stato improvvisato un campetto di calcio, una targa su un muro corroso segnala la casa dov’è nato Borsellino.

Visconti aveva nel 1962 cinquantacinque anni, era nel pieno della sua forma fisica e creativa. Un leone. Amava Delon ma non era ricambiato. L’attore ha di recente dichiarato che deve a Visconti tutto, la fama, il mestiere, l’uso di mondo. L’ha detto con un tono di rimorso. Le inquadrature che il regista gli dedica sono avvolgenti carezze e c’è molto di Visconti nell’affetto ­ e nella disillusione ­ che il principe Fabrizio prova per il nipote Tancredi. Nella biblioteca di palazzo Ponteleone, durante la sequenza del ballo, il principe è turbato dalla visione del quadro di Greuze La morte del giusto. Nella stanza irrompono Tancredi ed Angelica e il ragazzo, colpito a sua volta dallo sguardo del principe, dice: “Che fai, zione, corteggi la morte?” Mi pare che il senso del film e dell’animo di Visconti sia racchiuso in questa battuta. Il presagio della fine, il declino di un’epoca e delle memorie soprattutto familiari, che sono il cuore del film come del romanzo. Come, in senso strettamente politico, l’altra celebre frase: “Perché tutto rimanga com’è tutto deve cambiare.” Indicando nei Sedàra, negli avvoltoi di cinica e feroce arroganza che succederanno ai leoni, con raggelante preveggenza, il maggiore pericolo di un destino tutto italiano. E pensare che, come annota Gaia Servadio nella biografia dedicata a Visconti, il Cardinale di Palermo Ernesto Ruffini dichiarò nel 1964 che tre “cose” avevano contribuito a disonorare la Sicilia: la mafia, Danilo Dolci e il Gattopardo.

In un’intervista di quegli anni Domietta Hercolani che collaborò alle scenografie disse: “Luchino è stato un uomo che ha collaborato a fare dell’Italia un paese moderno.” A cent’anni dalla nascita e trenta dalla morte Visconti insegna ancora. Soprattutto la lezione, sovente inascoltata in questo paese, del lavoro ben fatto.

© Gianni Farinetti
(pubblicato su Diario, 31 marzo 2006)




 
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