iconI ricordi di Piero Tosi

Testo tratto da un'intervista di Angiola Codacci-Pisanelli per l'Espressonline

(...) Le racconto una cosa: Lancaster all'inizio chiedeva consigli su come interpretare il principe, e riceveva solo risposte stitiche. Poi un giorno mentre lo vestivo mi ha detto: "È una settimana che chiedo a Visconti di illuminarmi su questo personaggio. Ma sono proprio un cretino: il principe ce l'ho davanti agli occhi". Da allora non ha più chiesto niente, e l'iniziale freddezza di Visconti verso un attore forse imposto dalla produzione si trasformò in un grande amore. La scelta di Lancaster ci era sembrata scandalosa: tutti ci aspettavamo un cowboy, invece arrivò un uomo elegante, con una classe e un portamento straordinari. Era bellissimo, anche se a me allora sembrava vecchio: aveva cinquant'anni, mio Dio..." (...)

(...) Non era un regista che ti stava addosso ma aveva le idee chiare fin dal primo incontro. Quando mi offriva un lavoro e mi parlava dell'impostazione visiva mi diceva subito di fare ricerche su questo o quel tipo di vestiti. Ci rivedevamo quando avevo accumulato un po' di documentazione: per il "Gattopardo" erano soprattutto foto d'epoca - moltissime: intorno al 1860 venne di moda farsi fotografare - e anche quadri, per avere un senso del colore. Vestiti veri invece non ne ho potuti vedere: sono molto curioso di conoscere la collezione di abiti ottocenteschi di Piraino, che sarà esposta ad Ariccia: nel '60, quando fu fatto il film, non esisteva niente di simile
(...)

(...) Quei bozzetti in realtà servivano solo ad entrare nell'atmosfera: solo disegnando si può capire davvero come deve essere un vestito. Non ho mai realizzato un bozzetto così com'era: la scelta definitiva di un abito dipende da quella della stoffa, e la stoffa va scelta sull'attore. Visconti assisteva a tutte le prove, si decidevano insieme le ampiezze, i volumi, i tagli. Le stoffe non erano eccezionali. Per il "Gattopardo" non mi son potuto permettere neanche un tessuto di seta: per l'abito di Angelica nella fuga in soffitta ho usato il cotone di un "sari", per quello da ballo un'organza di Dior con sotto una dozzina di strati di tulle. I colori dovevano adattarsi ai fondi di scenografia: per questo sono stato anch'io con Visconti in Sicilia, a cercare i posti per girare gli esterni. Gli interni, a parte la scena del ballo, li abbiamo realizzati quasi tutti nel palazzo Chigi di Ariccia: la stanza in cuoio di Cordoba come sala da pranzo, lo studio del principe, il salone in cui la famiglia riceve Angelica, i due salotti. E poi le soffitte: erano in rovina, perfette per la scena della fuga. Aggiungemmo solo l'armadio in cui Tancredi si nasconde, il letto su cui Angelica tenta di sedurlo (...)

(...) Nei quadri dei Macchiaioli ci sono spesso figure in abiti modesti. E molte famiglie allora facevano fotografare la servitù in livrea. Quello comunque era un capitolo su cui Visconti mi torturava: aveva la mania dei vestiti della servitù. Mi raccontava che nella sua famiglia ancora nel 1920 i camerieri erano vestiti in livree del Settecento e con i capelli incipriati. Per molte cose si richiamava ai suoi ricordi: la scena del picnic, quando tutti scendono dalla carrozza coperti di polvere a noi sembrava esagerata, ma lui mi diceva: "Non hai idea, mia madre ed io come arrivavamo bianchi quando partivamo per la villeggiatura a Cernobbio. (...)

© Espressonline


iconPiero Tosi. Costumi e scenografie
Vergani G, D'Amico de Carvalho C, Leonardo Arte, 1997
Libro disponibile presso IBS Italia


 
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