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Sul
set di Luchino Visconti
di Renzo Renzi
Sul set di Visconti, nel castello dell'Innominato.
Degli incontri avuti con Visconti sul set, quello di Le notti bianche
fu il più completo, anche per via della sua durata, i due mesi
della lavorazione passati per intero insieme a lui e alla sua troupe.Cercherò,
quindi, qui di seguito, di radunare alcuni ricordi, nel tentativo di
evocare, almeno per qualche tratto, un clima e un metodo, raccolti in
una sorta di "vissuto" quotidiano esemplare.
Il castello dell'Innominato.
Il quartiere della città, che doveva essere Livorno, ricostruito
in interno, è ancora là, nella memoria, al teatro 5 di
Cinecittà, colcanale, le acque bituminose, le muffe cresciute
sulle pietre vere, come una zona emersa dall'alluvione, che ormai marcisce
nell'ombra. Per entrarci, quando Visconti girava, bisognava non soltanto
mettersi il paltò perché l'umidità era tanta, ma
anche superare uno sbarramento pressoché invincibile. Il regista,
infatti, aveva imposto una disciplina di ferro, utile a creare quiete,
puntualità, raccoglimento. (Un giorno andai a trovare Blasetti
che girava in un teatro accanto e mi parve, al confronto, di entrare
in un saloon del western durante la sparatoria).
Al teatro 5, invece, i macchinisti, gli elettricisti, i collaboratori,
gli attori, camminavano adagio, parlavano sottovoce. Pareva di essere
in un tempio o nel castello dell'Innominato, un clima medievale e potente,
reso ancora più fantastico dai movimenti singolari delle persone
in quell'ambiente quasi reale, sotto un ciclodi lamiera. I riflettori
illuminavano intensamente una zona, presso un ponte, un portico, una
casa. La scenografia dominante, questo grande castello con tante stanze,
faceva tuttavia distinzione tra la città nuova e la città
vecchia. La città nuova, Visconti l'aveva voluta fredda come
un presente un poco scostante, le luci al neon; la città vecchia,
cioè il passato, piena di rovine, ma più calda, invitante:
emblemi, le due città, di una istintiva concezione del mondo.
Ma il tutto evocava, pur sempre, il quadro funebre, con l'apertura lontana
del porto, come dimensione nostalgica dell'avventura, della favola,
della libertà. Una prigione col ciclo oltre le sbarre: ed era
già una grossa intonazione.
I macchinisti e le comparse, nei momenti di pausa, tendevano a stare
nella parte nuova della città, qui cercando un conforto. Più
autorevolmente, ma anche romanticamente, là in fondo, verso la
parte alta del porto stava invece Visconti a conversare piano con la
Schell o Mastroianni, con la Suso o Cristaldi, in combinazione produttiva
(ma non chiedete alla Suso che cosa provò, come produttrice,
quando Visconti decise di fare l'effetto nebbia con chilometri di tulle,
per avvolgere tutta la città, strada per strada).
Poi, durante le riprese il silenzio diventava ancora più fondo,
ma leggermente più felice perché l'ambiente ritornava
finto, per il cinematografo, non c'era più il pericolo di pensare
che potesse anche essere vero.
La città era dunque inaccessibile, godeva soltanto di alcune
intense, segretissime gioie. Vi potevano accedere, nelle pause, soltanto
qualche giornalista (non tutti), specialmente straniero, qualche scrittore,
un collega importante in visita di cortesia, De Sica, JohnWayne, la
Valli, la Loren, l'allievo Maselli, la sorella di Visconti, Uberta,
che veniva affettuosamente a trovarlo.
La squadra fissa.
Come quasi tutti i grandi registi, Visconti cercava sempre di radunare
gli stessi collaboratori, una squadra affiatata che partiva dagli estensori
del copione (dov'era diventato pressoché incancellabile il nome
di Suso Cecchi d'Amico), agli scenografi Mario Chiari e Mario Garbuglia,
ai costumisti Piero Tosi e Lila De Nobili, ai direttori della fotografia
Poppino Rotunno, Pasqualino De Santis, Nannuzzi, all'aiuto regista Rinaldo
Ricci, al consulente musicale Franco Mannino e a Nino Rota, al truccatore
De Rossi, al direttore di produzione Notarianni, fino agli elettricisti,
ai macchinisti, alcuni dei quali lo seguivano dai tempi di Ossessione.
Io stesso ero già entrato in questa squadra come il coordinatore
dei volumi da dedicare a ciascun film, un incarico che mi propose fedelmente,
anche di fronte alle offerte di editori maggiori del mio, che egli sempre
rifiutò.
Non sarà dunque un caso, se noi dovremo cercare di intendere
la qualità dell'apporto di una simile schiera: per concludere
che essi tutti, lavorando con Visconti, furono viscontiani, siccome
è possibile rintracciare, già ora, una linea che parla,
e che parlerà sempre più, di una sola coerente poetica,
complessa come può essere ogni poetica, e di uno stile capace
di unire, nella sua stessa evoluzione, ciò che acquista un senso
dall'unità riconoscibile del linguaggio impiegato: cosicché
si potrà dire "è un Visconti" anche senza conoscere
il titolo dell'opera dalla quale s'è desunto il frammento.
Che, per concludere, non sarà mai il frammento di una semplice
inquadratura, lettera dell'alfabeto, ma quello di un'intera scena con
i suoi piani-sequenza, siccome il procedimento di base si muoveva generalmente
per blocchi d'inquadrature a comporre una compiuta scena, cui segue
un'altra scena, così come un buon melodramma si costruisce per
a soli, duetti, terzetti, quartetti e coro e sola orchestra, ecc.
La divisione del lavoro.
L'opera della regia, come s'è detto, nel caso del cinematografo
era iniziata dalla stesura del copione. Ma era soltanto nel momento
delle riprese che Visconti raccoglieva i vari fili sparsi tra un gruppo
di collaboratori ciascuno dei quali era in grado di parlare soltanto
nello stretto ambito del proprio compito, come ebbi occasione di constatare.
Solo Visconti, infatti, teneva bene in mente il quadro generale, così
creando le premesse di una divisionedel lavoro che chiamava una figura
dominante a tenere in pugno il senso ultimo. Per questo tipo di guida
Visconti usava fermamente la sua esperienza di regista teatrale. La
sceneggiatura - un testo diviso per scene numerate, senza alcun'altra
indicazione di movimenti di macchina, ecc. - funzionava, a questo punto,
come un copione teatrale, da allestire sopra un palcoscenico, intervenendo
fortemente sul racconto scritto mediante l'ideazione della scenografia
e dei costumi, il controllo minuzioso delle luci, della recitazione
degli attori e dei loro movimenti, generalmente contenuti entro i già
detti piani-sequenza e montaggi nel quadro.
Nel caso specifico di Le notti bianche, Luchino partiva da un racconto
tutto dialogo, caratterizzato da una ferrea unità di tempo e
di luogo. Presa la decisione coerente di girare anche gli esterni in
interno, egli si trovava appunto come su di un grande palcoscenico.
In tal modo, del resto, aveva trovato la storia adatta poiché,
rifiutando per la prima volta gli esterni naturali, pure non abbandonava
la sua passione per il vero, in quanto il vero, qui, doveva essere una
finzione realistica, un vero finto, alla lettera.
Così, trovandosi sul proprio grande palcoscenico, il regista,
generalmente, prima stabiliva e controllava i movimenti degli attori;
quindi, in base ad essi, decideva i movimenti di macchina. Soltanto
quando prevaleva il movimento descrittivo, ambientale, egli prima stabiliva
l'inquadratura, quindi vi muoveva gli attori. Allo scopo usava due Mitchell,
una su carrello per il primo caso, una su treppiede per il secondo:
alle quali si aggiungeva, in rare occasioni, una macchina a spalla,
credo un'Arriflex, con un parco lampade portatile, per muoversi anche
negli angoli più nascosti di quella fantomatica città,
come esplorandola.
Così, nel quadro funebre del fondo si ritrovava l'intimità
favolosa che il regista intendeva creare intorno a Mario e Natalia.
La stessa funzione, del resto, veniva esercitata dagli elementi atmosferici
- pioggia e nebbia, vento e neve - quasi tutti aggiunti in sede di ripresa:
specialmente la nevicata, che fu sceneggiata nel corso di una notte,
come un'eplosione felice, per rendere più amaro il finale dalla
parte di Mario.
Un ruolo importante - nella recitazione tutta in presa diretta - finì
per esercitare anche il particolaremodo di pronunciare l'italiano da
parte di Maria Schell, il cui personaggio venne pertanto trasformato
in quello di una straniera, con un significato anche simbolico.
Così avvenne per tanti altri interventi, quasi sempre di messa
in scena, ma capaci di spostare fortemente il peso dei significati,
intervenendo sui personaggi principali, Mario, Natalia, l'Inquilino,
accentuando la simpatia per Mario anche nel momento in cui si rendeva
più scostante la figura dell'Inquilino (Jean Marais).
La violenza del gusto.
Un mattino, preparando la giornata di lavoro, un incaricato della produzione
si presentò a Visconti per chiedergli non so quale informazione.
Senza rispondergli, Visconti guardò la camicia-maglietta del
suo interlocutore (in realtà una di quelle che usavano allora,
con il collo incorporato di un altro colore, tra il grigio e l'azzurrino),
quindi, con un gesto deciso e senza alcun commento, la prese appunto
dal colletto e gliela stracciò, fino alla cintura. Siccome il
lavoro stringeva e perciò non si poteva abbandonare Cinecittà
per cambiare la camicia, la sera dello stesso giorno vidi il poveretto
che ancora correva di qua e di là con la sua camicia stracciata.
Un amore impossibile.
Visconti aveva visto Maria Schell a Venezia, interprete di Gervaise,
il film di Rene Clement, e se n'era innamorato alla sua maniera, definendola
"la nuova Duse" che andava sempre cercando. Perciò
l'aveva voluta nel film che si accingeva a fare. La Schell, che nel
film interpretava una sognatrice infine soddisfatta, pareva che si fosse
innamorata a sua volta, ma nella maniera più naturale, del suo
regista, così almeno si diceva nella troupe: che sorrideva maliziosamente
quando Natalia guardava Visconti con occhi pieni di amore e di entusiasmo.
Ma quale amore? La Schell mancava delle dovute informazioni mentre la
troupe, ovviamente, sapeva. C'è da dire che il nostro Luchino
non mostrava mai, nel portamento, nel gesto, nella voce imperiosa, la
sua buona parte di natura femminile. Ma era poi tale la natura? O non
era anch'essa un bisogno illimitato di dominazione, esercitato su attori
e cantanti dentro e fuori le scene? Gli attori sono come i cavalli,
aveva detto un giorno.
Il montaggio comparato.
Si può scoprire lo stiledi un regista anche assistendo alla fase
del montaggio, nella stanza del montatore. Mi capitò con Fellini
e con Visconti, per esempio, come in un festival dei due mondi. Nella
stanza di montaggio del film di Fellini, il regista accanto al montatore
alla moviola o lui stesso al comando, il tutto avveniva in una marea
di piccoli pezzi, di inquadrature girate in dieci modi diversi, di attori
che dicevano numeri anziché battute e perciòda doppiare,
di spostamenti vertiginosi di un'inquadratura nella parte opposta: e
insomma di una creatività in tumulto che si esercitava in pieno
ancora lì, poi al doppiaggio e alla sonorizzazione, secondo un
estro esercitato quasi completamente nel momento del fare il film, da
parte di quello che poteva essere definito, a tutti gli effetti, un
autentico "animale cinematografico" senz'altri retroterra
di diverso tipo, che non fossero gli schizzi vertiginosamente accumulati.
Il procedimento del montaggio in un film di Visconti - e fosse pure
lo stesso montatore Ruggero Mastroianni, che però stavolta era
ancora Mario Serandrei, da Ossessione - è facilmente immaginabile.
Delle varie scene girate si guardava specialmente la recitazione e,
semmai, si tagliavano intere scene. Tutto ciò stava nella norma
di chi aveva pensato e predisposto assai prima ogni cosa, naturalmente
senza escludere interventi eccezionali.
Nella casa sulla Salaria.
Alla fine delle riprese, chiesi un appuntamento a Visconti, che mi invitò
a casa sua, perché desideravo mostrargli le cose scritte sul
film prima di passarle alla stampa, siccome il volume in preparazione
intendeva raccontare soltanto "le intenzioni" dell'autore
e dei suoi collaboratori: ciò che doveva essere controllato discutendone
ancora una volta con loro.
Così, giunsi al numero indicato della via Salaria - era la prima
volta che mi ci recavo - dove vidi un muricciolo di traverso che dava
sulla via, come il retro di un convento di Clarisse. Nel centro stava
una piccola porta lucidata, sovrastata dal numero civico e il campanello
senza alcun nome. Quando si aprì quella porta, mi apparve davanti,
all'improvviso, come un'allucinazione, 'Ntoni di padron 'Ntoni, cioè
l'attore che aveva interpretato La terra trema e che io avevo lasciato
a remare, l'ultima volta, in un mare intempesta. Ora portava una giubba
da cameriere in rigatino bianco e blu, tenendo al guinzaglio due bellissimi
alani abbaianti. Siccome gli dissi il mio nome, tenendo fermi per quanto
poteva i fortissimi alani, l'expescatore di Acitrezza mi introdusse
in casa dicendo: "II signor conte l'aspetta".
Così, dietro un'altra porta, mi si spalancò una vasta
stanza col soffitto abbastanza basso ed io pensai d'un colpo: "La
signorina Giulia". La stanza, infatti, mi ricordava la scenografia
che Visconti aveva disegnato per la messa in scena del dramma di Strindberg
o per qualche altro suo lavoro. Ampi divani in pelle nera e poltrone
Frau, oggetti liberty e lampade stavano davanti a un caminetto istoriato
da piastrelle autentiche del Settecento; e libri e giornali e copioni
dappertutto, persino sopra i carrelli delle bibite e dei liquori. In
quel, per me familiare, disordine cartaceo io mi trovai subito a mio
agio quando Visconti mi invitò a sedere, dopo avermi presentato
un bellissimo giovane che gli aveva tenuto compagnia fino a quel momento
e che discretamente si congedò.
Siccome tenevo sotto il braccio le cartelle dei manoscritti, le misi
in mano a Luchino affinchè le leggesse, anche per dirmi dove
avevo male riferito queste famose intenzioni o per aggiungerne di nuove.Visconti
mi chiese cosa desiderassi bere, io mi accinsi ad attendere quell'esame,
guardando ciò che egli guardava.
Così, ebbi occasione di vedere che Visconti leggeva tutte le
pagine che riguardavano i collaboratori, mentre saltò le pagine
che lo riguardavano direttamente. Cioè, voleva dire che quelle
me le dava perbuone. Ora, siccome di tali operazioni ne avevo già
fatte con altri autori e perciò conoscevo le noie che essi davano
in tali circostanze, io, quel tratto di Visconti non l'ho mai più
dimenticato e perciò qui lo registro.
Serata di gala con inchini.
Il mio amico Ugo Casiraghi ogni volta, al Festival di Venezia, si scandalizzava
nel vedere il "compagno di strada" Luchino Visconti circondato
da un nugolo di nobili signore, prodursi in squisiti baciamano, specialmente
dopo Senso, quando, almeno l'aristocrazia veneziana aveva creduto di
pensare che quel figlio degenere era pur sempre uno dei loro. Capriccioso,
ormai, ma bisognava lasciargliele fare, in vista dei trionfi e dei premi
che già si era vinto.
Uno zoccolo duro proveniente dall'aristocrazia fiorentina si mostrò
una volta con me Barna Cechini, padre dell'Ilaria, allora alle prime
armi, e amico stretto di Papini, Soffici, Rosai. Per tutto un giorno
io non riuscii a fargli dire che Visconti era un autore autentico. Per
tutto un giorno Cechini insistette nel dire che Visconti era soltanto
"un decoratore": tesi sostenuta anche da molta critica francese,
fino a certe date, contro la quale si scagliarono poi, tra gli altri,
due francesi italianizzanti, Paul-Louis Thirard e Alain Sanzio, scrivendo
un libro Luchino Visconti cineasta, Editions Persona 1984, di cui parlerò
più avanti. Ma io compresi che, non per i francesi, per Barna
Cechini, "decoratore" era sinonimo di "traditore".
E non si mosse di lì.
© Renzi R., Visconti segreto, Laterza,
Bari 1994.
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