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Luchino
Visconti regista teatrale:
note storiche e analisi critiche
di Marcella Persichetti
Prima di affrontare un discorso unitario sulle regie drammatiche di
Luchino Visconti (14)
che segua un percorso cronologico, è necessario soffermarsi su
alcuni elementi tipici della sua attività teatrale ed ancor prima
è importante focalizzare il momento in cui Luchino Visconti si
inserisce nel mondo teatrale italiano.
« (...) Fare del teatro vent'anni fa in Italia era difficile
per tutti, ma straordinariamente affascinante, anche. C'era tutto da
fare, tutto da scoprire. Le nostre erano bellissime battaglie, e ogni
volta c'era la sensazione impagabile di fare un discorso nuovo, di rompere
qualcosa. Davamo testi di Anouilh, di Sartre, di Brecht, ed era sempre
una grande scoperta.
Adesso è sempre un bellissimo lavoro, il nostro. Ma molto meno
emozionante, e si capisce facilmente perché. Il teatro allora
ci costava infinitamente di più e anche sul piano economico facevamo
grossi sacrifici. Io ci rimettevo denaro mio, ma in cambio acquistavo
un pubblico e in un certo senso sentivo di creare una scuola. Così
faceva Strehler a Milano. Così facevano, a Roma, Giannini e Costa.
Un po' alla volta scomparvero molte sgradevoli consuetudini che sembravano
indispensabili. Io fui il primo, credo, ad abolire il suggeritore. E
oggi è un fatto che questo antico personaggio della scena italiana
non si vede più, nemmeno negli spettacoli di terz'ordine. Un'altra
battaglia, vent'anni fa, la feci con il pubblico: poco puntuale nell'arrivare
in sala, poco riguardoso verso il nostro lavoro, insomma poco teatrale.
Andava rieducato, e subito. Fu così che decisi di non consentirgli
di arrivare più in ritardo. Nei miei spettacoli vigeva questa
regola: si cominciava alle nove in punto e appena si spegnevano le luci
in sala non entrava più nessuno. (...)
(...) Più che un lavoro d'invenzione, da principio il nostro
fu un lavoro di ripulitura. Bisognava mettere in ordine sul palcoscenico,
imporre una disciplina di tipo nuovo agli attori, e dare allo spettacolo
una precisa impronta di verità.
Per questa stessa esigenza, in quegli anni, il cinema ebbe una stagione
straordinariamente vitale. Ed era abbastanza logico che anche il teatro,
respirando l'aria di quel momento, sentisse il bisogno di una maggiore
autenticità. Occorreva eliminare il pressapochismo, esigere che
la buona recitazione non fosse limitata ai principali attori, togliere
dalla scena i fondali ondeggianti e da tutto lo spettacolo il vecchio
vizio dell'improvvisazione.
Per ottenere tutto questo, su un palcoscenico che era pieno di pessime
abitudini, bisognava imporsi con una certa inflessibilità, e
pretendere anche quello che sembrava inutile o eccessivo. Fin da principio
io fui convinto che anche gli attori più dotati avessero bisogno,
per recitare in questo teatro nuovo, di avere intorno un'atmosfera di
autenticità .Da principio la cura che mettevo nella messinscena
suscitò molte perplessità, forse anche molte ironie, ma
gli attori più intelligenti capirono cosa significasse quella
mia pretesa di avere sulla scena cose vere, precise, esatte.
Fu così che nacque, sul mio conto, la leggenda del regista incontentabile,
terrore degli impresari e dei padroni di teatro. Sulla cura che io mettevo
nell'allestimento di uno spettacolo c'è tutta una divertente
ma falsa aneddotica. Quel matto di Visconti, si diceva, vuole i gioielli
veri di Cartier, vuole i rubinetti che buttano acqua vera, vuole vero
profumo francese dentro i flaconi appoggiati sul tavolo da toilette,
vuole lini di Fiandra sui letti (...)». (15)
Il primo lavoro teatrale di Visconti, Parenti terribili di Jean
Cocteau, andò in scena il 30 gennaio 1945 al Teatro Eliseo di
Roma, leggiamo le parole del regista: «Fu un po' per caso che
arrivai al teatro, pochi mesi dopo la fine della guerra. Mi chiesero
di fare la regia per la compagnia dell'Eliseo che allora si qualificava
già stabile. Con un solo film alle spalle, io non avevo mai fatto
teatro praticamente. Mi ci ero un po' provato a Milano, da ragazzo,
nel '28, credo. Avevo appena finito il servizio militare e tornando
a casa trovai che mio padre aveva fondato la compagnia del teatro dell'Eden,
dove fra l'altro debuttò Andreina Pagnani. Io curai l'allestimento
scenico di due spettacoli.
Nel dicembre del '44, quando mi fu proposta la regia nei Parenti terribili,
la prima cosa che chiesi fu questa: "Quanti giorni di prove mi date?".
Mi diedero 16 giorni. Cominciai subito a suscitare i malumori della
compagnia. Allora esisteva nelle compagnie il sistema ferreo dei ruoli.
La Pagnani era la prima donna, la seconda la Morelli, Braccini promiscua-madre,
Cervi primo attore e Stoppa attore brillante. Io diedi la parte della
seconda donna alla Braccini e feci fare l'attrice giovane alla Morelli
e scatenai il finimondo. In due settimane riuscii a mettere su lo spettacolo.
Allora le recite erano diurne per mancanza di energia elettrica e noi
si provava di sera. Feci io stesso i bozzetti delle scene e provvidi
all'arredamento. Debuttammo alla fine di gennaio del '45 e fu un successo
clamoroso. Quali furono le ragioni di quel successo? Il pubblico ebbe
la sensazione di assistere a qualcosa di assolutamente nuovo. Fu l'estremo
realismo della messinscena e della recitazione a coglierlo di sorpresa:
nessuno immaginava che si potesse recitare con tanta verità»
(16).
Quindi, un esordio in teatro con poca esperienza, con scarsa conoscenza
della tecnica ma che segna una svolta radicale nel modo di realizzare
in Italia uno spettacolo teatrale, contro le convenzioni teatrali. Svolta
sotto molteplici punti di vista. Innanzitutto, il lavoro con gli attori
che, a detta di Visconti stesso, costituì l'aspetto più
stimolante e creativo della sua carriera, sia dal punto di vista cinematografico
che da quello teatrale. A questo proposito notiamo che, sin dalle sue
prime regie drammatiche, Visconti andò scegliendosi uno ad uno
coloro che sarebbero stati l'ossatura portante della sua compagnia attraverso
gli anni, a cominciare da Rina Morelli e Paolo Stoppa, attori tra tutti
prediletti, e per i quali Visconti inventò letteralmente una
nuova fecondissima carriera. Nelle compagnie teatrali italiane dell'immediato
dopoguerra ancora imperava una ferrea distribuzione dei ruoli. Per dirla
con Sergio Tofano: "erano, questi ruoli, il primattore e la primattrice,
il brillante col secondo brillante suo satelllite, il caratterista e
la caratterista con le variazioni di padre nobile e madre nobile, la
seconda donna, il generico primario, l'attor giovane e l'attrice giovane
con la sottospecie di amoroso e ingenua." (17)
Visconti stravolse questa prassi, abolì la distinzione dei ruoli,
e vinse la resistenza della Morelli-seconda donna- costringendola ad
interpretare nei Parenti terribili di Cocteau la parte di Maddalena,
cioè un ruolo da attrice giovane, e in seguito via via una miriade
di personaggi diversissimi lungo più di trent'anni. Quanto a
Stoppa, collaudato e popolarissimo brillante, durante la sua collaborazione
con Visconti diede vita a personaggi quali Raskolnikov in Delitto e
castigo (primo spettacolo della Compagnia italiana di prosa diretta
da Visconti, che doveva dopo qualche anno diventare la Compagnia Morelli-Stoppa),
Willy Loman in Morte di un commesso viaggiatore, Andrej Serghieievic
Prosorov in Tre sorelle.
«Ormai esistono in Italia dei veri quadri di attori. Un teatro
senza attori è come un'industria senza materia prima, e uno dei
motivi di maggior soddisfazione per me, è di aver contribuito
in maniera abbastanza determinante alla formazione di molti interpreti
che oggi si possono considerare di livello europeo. Buona parte della
Compagnia dei Giovani, per esempio, proviene praticamente dal mio laboratorio
teatrale: in particolare De Lullo, che si è valso di una lunga
collaborazione con me per passare così felicemente alla regia.
Adesso è difficile ricordare tutti i nomi che sono passati attraverso
il mio teatro. Le glorie già affermate, prima di tutto, come
Ruggeri, la Borboni, la Tatiana Pavlova (che non aveva più recitato
dopo la guerra e che fece con me Zoo di vetro, diciannove anni fa),
Memo Benassi (che fece cose memorabili interpretando Verscinin nelle
Tre sorelle) e perfino Vittorio De Sica (che io diressi nel Matrimonio
di Figaro). Con me Paolo Stoppa uscì definitivamente dai ruoli
limitati in cui era stato sempre costretto. Fra i più giovani,
De Lullo fece con me tutta la sua carriera d'attore, e anche Gassmann
(che feci recitare in Rosalinda, nell'Oreste, in Un tram che si chiama
desiderio) uscì felicemente da certi ruoli cui sembrava in un
primo tempo destinato. Tonino Pierfederici mise piede per la prima volta
sulla scena nei Parenti terribili. Olga Villi, che era una soubrette,
recitò in Quinta colonna e in Antigone, vent'anni fa. Rossella
Falk lavorò con me in Un tram che si chiama desiderio, nella
Locandiera e in Tre sorelle. Ma il caso più interessante di tutti,
forse, è quello di Marcello Mastroianni, un ragazzotto che non
sapeva dire una battuta e che io presi in Rosalinda di Shakespeare,
nel '48, dopo di che mi accompagnò per almeno dieci spettacoli,
fino a Zio Vanja e alla seconda edizione di Morte di un commesso viaggiatore,
nel '56.» (18)
Si trattò quindi di un'azione rivoluzionante all'interno di strutture
già robuste e collaudate come quelle insite nelle compagnie teatrali
italiane del dopoguerra.
Una svolta fu operata, inoltre, nella scelta dei testi teatrali e nel
modo di interpretarli: nella battaglia per un rinnovamento della cultura
italiana, Visconti riesce a rappresentare dei testi teatrali, introducendo
il pubblico abituato al "teatro del salotto borghese" nei mondi di Cocteau,
Miller, Cechov, descrivendoli sempre con un realismo che attrae e nello
stesso tempo, come nel caso di Parenti terribili scandalizza. In realtà,
al di là dei temi trattati, si tratta di un realismo integrale
che contrasta violentemente con i modi dello spettacolo tradizionale,
che si richiama ad un'idea di teatro come finzione. Realismo libero
dalle convenzioni teatrali: "Di solito tutti, registi e scrittori,
hanno il complesso del teatro. A un certo punto si rendono conto che
scrivono e lavorano in un teatro e inconsciamente si dicono: oh, io
qui non devo fare della verità, devo fare del teatro, perché
il teatro ha le sue convenzioni. Ed entrano immediatamente nel convenzionale,
sia per i personaggi che per le situazioni, come se il teatro imponesse
di eseguire leggi che in realtà sono solo di comodo. Luchino
invece non si preoccupa affatto di questo: per lui quel vano chiuso
che è un teatro è solo un posto segregato dove lavorare
con maggior tranquillità, e lì comincia a costruire il
suo pezzo di realtà, immagine di quello di fuori, e che poi prende
poco a poco, come il poema un verso e una forma, e quel verso e quella
forma, adatta poi a quel pezzo di realtà ricreato, cioè
allo spettacolo".(19)
Sono parole di Gerardo Guerrieri, che a soli ventisei anni entra nella
compagnia di Visconti come vicedirettore, regista e consulente di repertorio
e che diventerà uno dei suoi maggiori collaboratori.
Ed è un realismo che sconvolge profondamente anche gli attori
stessi che lavorano con Visconti: «E' come se improvvisamente
avessero spazzata via polvere, vecchi mobili, ciarpame, finte eleganze,
ferri battuti, mielosità. Improvvisamente questa scena illuminata
violentemente, i capelli di Andreina Pagnani che si capivano che erano
tinti, senza trucco, io abituato a vederla sempre bella, un po' smancerosa,
elegante, ben truccata: eccola ora improvvisamente buttata in questo
mondo violento, sgradevole, dove dopo cinque minuti ti dimenticavi di
stare a teatro o stavi a teatro per essere strangolato da quello che
vedevi. E cosa vedevi? Un letto, un bagno illuminato, una coperta sfatta,
un comodino con la luce con sopra un fazzoletto in modo che la luce
fosse tenue. Mi sembrava un salotto foderato con stoffa di materassi,
tanto voleva essere essenziale. Gli attori che io conoscevo ora li ritrovavo
irriconoscibili perché erano diventati personaggi sconvolgenti,
non so come dire, attraverso alcuni gesti come quello di Andreina che
si passava le mani tra i capelli scompigliati e mezzotinti, come quello
di Pierfederici quando sbatteva gli stinchi alla base del letto per
opporsi alle argomentazioni che gli tirava fuori la madre circa la ragazza
che lui amava; tutta una verità che non avevo mai visto prima
e credo non sia mai stata ricreata così perché il verismo
in realtà è tutt'altra cosa. E posso dirti questo -e ti
prego di credere che non è presunzione da parte mia - perché
è una persona che ho amato, stimato, è un uomo incantevole.
Guido Salvini dopo il secondo atto lo vidi passare dietro l'ultima fila
delle poltrone di platea e l'ho visto un uomo finito, un uomo che non
capiva più e l'ho trovato come invecchiato: certamente aveva
visto qualcosa che non aveva capito, ma aveva intuito che il suo teatro
era finito».
Sono parole di Giorgio De Lullo (20),
importanti perché sono lo sguardo di uno spettatore (De Lullo
non recitò nei Parenti terribili) ma allo stesso tempo di un
"addetto ai lavori" che rimane sbalordito nel vedere gli attori con
cui è abituato a lavorare, trasformarsi e diventare personaggi
sconvolgenti. Il brano offre, inoltre, eloquente testimonianza di quello
che fu il modo di realizzare l'aspetto figurativo: una scenografia scarna,
il più possibile realistica, un'atmosfera torva, come la definì
Silvio D'Amico nella sua recensione dello spettacolo, resa tale grazie
all'utilizzo di luci molto contrastate che immergono i personaggi nella
semioscurità, rendendoli più drammaticamente crudi e aggressivi.
E' da notare nell'attività registica di Visconti la cura esemplare
dei particolari, degli oggetti, degli elementi scenici, e il fatto che
realmente egli ha portato nell'immediato dopoguerra in Italia un nuovo
uso della luce in teatro, un uso psicologico dell'illuminazione che
agisce sui nervi dello spettatore. Visconti è stato il grande
maestro delle resistenze e del tulle, si dice negli ambienti teatrali;
egli cioè è riuscito per primo a valorizzare appieno gli
effetti drammatici che si possono trarre da un abbassamento graduale
o istantaneo delle luci e dall'uso delle scene su tulle, uso che permette
di rendere improvvisamente trasparente una parete. E' importante rilevare
che Visconti si è servito di questi dispositivi tecnici per creare
delle atmosfere intense, delle atmosfere al limite della nevrosi, e
per giungere ad un livello di esasperazione tonale che è suo
tipico (21). L'intenzione
di Visconti è quella di porre lo spettatore nel vivo del dramma,
costringendolo a prendere posizione, coinvolto in pari misura dalle
parole e dai gesti, dagli ambienti e dalle azioni dei personaggi.
E' stato necessario soffermarsi così lungamente sulla
prima regia di Visconti perché essa ci introduce e ci guida lungo
il percorso che segna gli allestimenti scenici ma anche perché
è possibile ravvisare in essa elementi costanti e immutabili
della sua attività teatrale.
Sarà bene rivedere in maniera più dettagliata e ordinata
tali elementi.
Si è rilevato che Visconti, negli anni pieni di vita dell'immediato
dopoguerra, ha eseguito un'operazione culturale di enorme rilievo,
da cui prende l'avvio la storia dello spettacolo teatrale italiano
del dopoguerra. Innanzitutto la sua è stata un'operazione
di aggiornamento sul piano della scelta dei testi: solo nel 1945, mette
in scena sette spettacoli: I parenti terribili di Cocteau, La quinta
colonna di Hemingway, La macchina da scrivere di Cocteau, Antigone di
Anouilh, A porte chiuse di Sartre, Adamo di Achard, La via del tabacco
tratta da Caldwell. Fu un'operazione realizzata con un intento
violentemente polemico. E i testi che Visconti mette in scena sono testi
rappresentativi della più recente produzione straniera, specialmente
francese, e riescono a polarizzare totalmente l'attenzione sia
del pubblico che della critica. In questo primo gruppo di spettacoli
Visconti fa uso di temi veramente sconcertanti, sia sul piano del costume,
sia sul piano politico-sociale: il tema dell'incesto in Cocteau,
dell'omosessualità in Sartre e Achard ma anche quello della
guerra in Spagna in Hemingway, dei sottosviluppati dell'America
di Caldwell.
Da un punto di vista scenico si può rilevare che Visconti operò
una rielaborazione, a volte violenta dei testi; fu un'operazione
culturale di notevole rilievo, perché la rielaborazione del testo,
negli anni precedenti la guerra mondiale, nel teatro italiano, aveva
fini semplicemente "mattatoriali", ossia aveva lo scopo
di favorire le capacità, le doti, le caratteristiche artistiche
dell'attore, vero ed unico protagonista dello spettacolo. Invece,
nel caso di Visconti, ci si trova per la prima volta di fronte alla
rielaborazione, alla violenza usata al testo con fini puramente artistici.
Secondo quanto afferma Ferruccio Marotti in un suo saggio, Visconti
presenta nei confronti dell'attore un ascendente totale, un ascendente
che è insieme magico e razionale. Egli ha sempre ridotto in proprio
potere l'attore, e questo naturalmente porta a considerare la sua attività
su un piano di vera regia. Visconti ha portato in Italia il sistema
del lavoro a tavolino in teatro, il lavoro a tavolino che Stanislavskj
faceva con i suoi attori al Teatro d'Arte di Mosca, suddividendo il
testo scena per scena, battuta per battuta, e poi rimontandolo solo
quando gli attori erano giunti ad una comprensione piena, totale della
parte, che era una comprensione della parte filtrata attraverso la sensibilità
del regista che montava l'insieme dello spettacolo.(22)
E lì, a tavolino con gli attori, che la sua fantasia si libera,
in un certo senso, quindi, fuori dal teatro e solo in un secondo momento
torna nel chiuso teatrale. Altra caratteristica tecnica di Visconti
è l'abolizione del suggeritore; arriva a provare 15-20 giorni
solo al tavolino, finchè gli attori non riescano a penetrare
nei minimi particolari della parte. Caratteristica appunto degli spettacoli
di Visconti è che con lui si è instaurato in Italia, nel
dopoguerra, l'uso di prove lunghissime; non più 10 giorni di
prova che richiedeva Bragaglia, ma i 40-50 giorni di prova che oggi
tendono a diventare prassi comune; non si comincia la lettura del testo
in piedi con il copione in mano, ma si inizia con l'intera compagnia
intorno al tavolino, e gli attori non sanno assolutamente nulla del
testo, molte volte non sanno neanche la parte che dovranno interpretare:
Visconti tiene, soprattutto negli spettacoli che ha importato personalmente
in Italia, e che non erano noti ai nostri attori, a non far conoscere
prima il testo, a porre l'attore totalmente vergine di fronte al dramma.
E' chiaro dunque che egli vuole che l'attore non abbia tempo, non abbia
modo di formarsi una propria idea del personaggio, ma possa, anche se
inconsciamente (perché Visconti è bravissimo nel non toccare
la suscettibilità degli attori), abdicare completamente alla
propria personalità nello spettacolo e accettare i criteri stilistici
impostigli dal regista. (23)
E' Visconti stesso a raccontare questo momento, un sistema che adopererà
sempre e che costituisce la struttura portante del suo lavoro: Io
faccio delle lunghissime prove a tavolino, 10-15 giorni, secondo la
necessità: prove durante le quali ciascuno prende possesso del
suo personaggio e del suo testo, che viene corretto, ricorretto, tagliato,
messo a punto. Lascio a tutti la libertà di lavorare a fondo
il personaggio, guidandoli naturalmente verso la direzione giusta. Questo
dà molta fiducia all'attore, cioè lo rende sicuro del
personaggio, gli leva i complessi, se ha dei complessi, gli leva delle
timidezze, se ha delle timidezze. Così, il giorno che si va in
palcoscenico e si comincia a fare quella che i francesi chiamano la
"mise en place", cioè si comincia a far muovere questi personaggi,
a metterli a posto, essi sono già molto sicuri del loro personaggio:
tanto è vero che, quando si va in piedi, io levo addirittura
il suggeritore, perché l'attore deve già sapere la parte
a memoria. Questo dà loro una grande tranquillità, perciò
non ci sono mai urti violenti, ci sono sempre delle discussioni e, da
parte mia, cerco sempre di rendere convincente quello che dico, quello
che suggerisco all'attore. In tal modo ho visto che mi seguono con molta
fiducia e tranquillità.
Ognuno ha il suo punto di vista, certo. Ma, siccome il lavoro è
il mio, lo commento e lo conduco nella mia direzione, perché
io parto da un progetto e, in fondo, sono io che ho la responsabilità
dello spettacolo. Un attore può anche avere dei dubbi sopra una
certa cosa, per esempio sull'interpretazione di un dettaglio, di una
scena, di una battuta. Ma io lo convinco che quella scena vista nell'insieme,
così come io l'ho concepita, deve essere così e non cosà,
altrimenti sarebbe un controsenso, non sarebbe in armonia con tutto
il resto. Questo è il sistema che ho adoperato fin dagli inizi
e che continuo ad adoperare. Qualche volta, quando un attore ne ha più
bisogno lo convoco in altra sede, lavoro con lui solo, per approfondire
certe cose, se è rimasto un po' indietro rispetto agli altri.
L'attore deve essere sicuro del suo testo, di tutte le sfumature del
suo testo; non sicuro di saperlo a memoria, che è la cosa meno
importante...anzi, se l'attore mi viene a una prova a tavolino avendo
già la parte nell'orecchio, allora sono guai, perché io
raccomando che non studino la parte a memoria: la parte deve attaccarsi
all'attore con queste lunghe sedute che si fanno. Perché se il
testo si studia, si guarda, si approfondisce, si ripete, si ferma, si
taglia per 10-15 giorni, alla fine lo sa a memoria per forza. L'attore
che studia la parte come la si studiava nell'800 e la studia a memoria,
a macchinetta, anche trascrivendola, è inutile, è uno
pieno di difetti e non glieli leva più nessuno. Perché
la studia a modo suo. Invece, con questo sistema, che è un sistema
molto dolce e persuasivo, arriva a sapere la parte a memoria: io, dopo
quelle sedute, so il testo a memoria completamente, non mi manca una
virgola né una parola. Come lo so io lo devono sapere loro e
infatti loro lo sanno, infine. E' il sistema migliore per arrivare a
conoscere una parte. Una parte non è fatta solo di parole, ma
è fatta di quello che sta dietro alle parole soprattutto:; le
parole sono una cosa meno importante, arrivo a dire; cioè è
tutto quello che sta dietro a queste parole che lo porta a non dirle
così ma cosà...
Ci sono registi che perdono ore a spiegare i più oscuri significati
di un testo, di un pensiero, di un autore, ecc. Io credo che tutto questo
non sia necessario, perché questo viene fuori man mano nelle
varie sedute. Non posso fare una premessa che tutti dimenticheranno
dopo 10 minuti. Di volta in volta arrivando ad un certo punto, cerco
di spiegare le ragioni: però, meglio ancora che spiegare loro,
gli faccio una lettura io, cercando già di dargli quella che
è l'intonazione giusta della commedia. Poi si comincia a lavorare,
atto per atto, scena per scena, le cose vengono fuori e si dipanano
proprio, si vanno a cercare, si vanno a scoprire profondamente dentro
i personaggi. Però l'impostazione, diciamo così, quello
che è il sapore della cosa, ce l'hanno già dalla prima
lettura. Di solito. Per lo meno, è sempre stato così.
Ogni giorno si lavora un atto, non si va più in là. Naturalmente,
sul proprio copione, ogni attore prende appunti: sono i chiarimenti
che io do di volta in volta sopra una battuta, una parola, magari una
pausa, un silenzio perché ci deve essere...Ogni cosa è
precisata, niente è lasciato al caso, mai.
Nulla, d'altronde, viene imposto meccanicamente. Certo, in qualche caso,
se un attore non riesce a dire bene la battuta io gli do l'intonazione
e se lui la sente, se ha orecchio, la prende; se non ha orecchio, non
c'è niente da fare, non puoi dargliela così; devi spiegargli
le ragioni, devi farle trovare a lui le ragioni, e lui le troverà.
Insomma, ci sono diverse vie per le quali un attore arriva a un personaggio.
Vi sono, diciamo anche, molti sistemi dal punto di vista psicologico.
Con certi attori, per esempio, devi essere un po' più duro, inflessibile;
con altri puoi essere molto più morbido, più supplice,
perché sai che, avendo un loro talento, una loro sensibilità,
se non ci arrivi per questa strada, ci arrivi per un'altra. Devi capirli.»
(24)
Quindi, questo leggere a tavolino insieme per dieci, quindici, venti
giorni è come una marcia verso l'obiettivo, dove si armonizzano
e si approfondiscono i personaggi. Alla fine tutti imparano a memoria
senza saperlo e non si tratta di una memoria individuale ma collettiva.
A questo proposito, è interessante richiamarsi ancora una volta
agli appunti Gerardo Guerrieri e si capirà che, proprio in quel
momento, quello in cui tutta la compagnia si siede a tavolino e legge,
rivede, approfondisce il testo, trova fondamento uno dei procedimenti
fondamentali delle regie di Luchino Visconti, ossia il correlativo visivo,
termine coniato da Guerrieri stesso: "In un articolo parlai a proposito
delle azioni fisiche di Luchino. C'è infatti una reazione nevrotica,
scatenata dalle parole, dalla consuetudine delle parole: il sottotesto
di Luchino non è quello di Stanislavskj, infatti è come
se in quelle letture a tavolino con gli attori per dieci, quindici,
venti giorni, si formasse in lui, riguardo ai personaggi, depositandosi
un po' per volta, una reazione anomala che era poi quella che lo guidava...".
(25) Il frutto, il
risultato di quella reazione anomala, è quella stessa che Guerrieri
descrive come radice del correlativo visivo nel lavoro di Visconti.
Parlando del regista, Guerrieri parla di grande attore: il regista estrae
dal testo quella serie di indizi che ad un grande attore sarebbero serviti
per costruire una drammaturgia personale accanto a quella del testo.
Il correlativo visivo è il modo in cui questo sapere da attore
si trasforma in sequenze drammaturgiche poste tra e accanto le battute
del testo, quella che si potrebbe chiamare la miniaturizzazione di uno
spazio vivente, l'equivalente teatrale di quello che nei romanzi è
la vista dei personaggi, la costruzione del loro sguardo. Il correlativo
visivo è la costruzione di sequenze di azioni fisiche che scorrono
parallele alla trama delle parole; qualche volta serve per spiegarla,
altre per mostrarne il controcanto ironico, altre ancora per intensificarla.
E' soprattutto nelle pause che si mostra più chiaramente la natura
di correlativo visivo. Pausa non come assenza di parole, e quindi spazio
autorizzato alla loro interpretazione, ma del loro trasfigurarsi nella
creazione di un mondo autonomo ed insieme fedele al testo. (26)
Visconti da regista, come ha notato anche Claudio Meldolesi, (27)
agisce da romanziere, gli interessa mettere in luce la trama dei dettagli,
la polifonia delle voci, le miniature delle azioni secondarie. Da qui
nasce l'esigenza, tante volte mistificata dai commentatori di Visconti,
di ricostruire meticolosamente e oltre ogni logica di verosimiglianza
(anche i chiodi dovevano essere veri) gli ambienti della messa in scena.
Quella ricostruzione non ha il fine di mostrare realisticamente il mondo
storico del testo, ma di creare, illusionisticamente, un ambiente dove
mettere in scena gli effetti di realtà, teatrali dunque, dell'invenzione
romanzesca. Le prove a tavolino sono, quindi, qualcosa di diverso da
una generale imbastitura del lavoro. E' uno studio di reazioni effettuato
con la collaborazione degli attori. Nel lavoro in piedi, poi, quella
mossa interpretativa si dispiega nella partitura delle azioni degli
attori costruita accanto alla dizione del testo, quello spazio vivente
in cui i personaggi teatrali non mostrano se stessi, ma attraverso se
stessi la verità del mondo che abitano.
Gerardo Guerrieri, in un saggio apparso in "Panorama dell'arte italiana",(28)
afferma: "Si attribuisce a Visconti estro, autorità, talvolta
genio, ma non si sospetta in quel genio un metodo". Il suo saggio procede
illustrando le fasi di quel metodo: la prima fase consisterebbe nell'esperienza
che il regista farebbe di una vita diversa, compiuta con una curiosità
e serietà totali, attraverso una concentrazione progressiva ed
esplorativa fino a diventare creativa, come un sogno lucido e preciso
che egli si sente costretto a riprodurre in ogni particolare ed a comunicare
agli altri.
Partendo da questa esperienza di "vita diversa" posseduta dai personaggi,
Visconti passa a costruire la loro città, la loro casa; infatti,
secondo il suo metodo scenografico, la forma figurativa non precede
il personaggio ma nasce da lui.
La realizzazione dell'ambiente evocato dal personaggio chiaramente avviene
con le necessarie amplificazioni della memoria, che sottolineano e scelgono
i particolari, i ricordi, le atmosfere.
Le idee di spettacolo di Visconti sono semplici, legate ad un'intuizione
attorno a cui ruota tutta l'impostazione della messa in scena: il covo-letto
disfatto dei Parenti terribili, il settecento grottesco e rococò
di Figaro, Raskolnikov e la scala nel Delitto e castigo, il giardino
nelle Tre sorelle.
In questa biografia ambientale dei personaggi a cui si lega l'esperienza
umana da cui scaturisce il dramma, Visconti immette tutta intera la
sua intensa curiosità di viaggiatore, sempre assorto in una sua
attenta esplorazione di tempi e di personaggi, ed è con questo
spirito critico che egli esplora la provincia francese, russa, o la
città americana.
Alla base di ogni spettacolo sta questa prima idea, legata all'opera,
che decide dello stile e dei mezzi scenici, anche mimici. Il suo realismo
finora giudicato eclettico si avvia ad un'interpretazione di un'assoluta
fedeltà.
Trovato l'ambiente e iniziata la costruzione, non rimane al regista
che di ricercare pazientemente i sentimenti dei personaggi, cosa che
non avviene mai a tavolino ma che si stabilisce attraverso una lunga
lettura del copione. Fatto questo comincia quell'esperienza che Visconti
concepisce totale, infatti l'unità dello spettacolo (recitazione,
scene, luci, costumi) procede da questa unità di visione e di
metodo; ogni spettacolo ha in sé le sue leggi: figurative, interpretative,
di ritmo, l'invenzione le rivela tutte pazientemente, la tensione nervosa
che la guida conserva intatte la forza e la novità delle scoperte,
accumula il mordente drammatico.
© Tratto da GLI ALLESTIMENTI CECHOVIANI DI LUCHINO VISCONTI:
analisi dei processi compositivi e della drammaturgia degli spettacoli.
Tesi in Metodologia e Critica dello Spettacolo
di Marcella Persichetti
* (Nel caso di utilizzo si prega di citarne la fonte)
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