iconLa Terra Trema
Appunti per un film documentario sulla Sicilia
di Luchino Visconti

Tre ambienti tipici di lavoro in Sicilia. Tre aspetti di una stessa lotta contro le difficoltà degli uomini e delle cose, che trovano nel loro sviluppo affinità ritmiche e concettuali. Per le quali affinità le storie si mescolano e si completano a vicenda in un crescendo che, partendo dal primo nucleo disordinato e disperso di una famiglia di pescatori, sposta il problema in una miniera e poi nella terra, ampliandolo sino a fargli assumere la grandezza del coro.
E’ ovvio sottolineare che i presenti appunti valgono come pura indicazione, e che l’autore del film si riserva di trovare, nella mescolanza dei tre episodi, nuovi punti di contatto e di raccordo che meglio varranno a rappresentare l’unità ideologica e ritmica dell’insieme.

E’ l’alba, nella marina di un paesetto della provincia di Catania.
I pescatori rientrano con le barche dopo una notte di magra. La dura vita dei pescatori e le loro difficoltà attraverso una famigliola, della quale fa parte il giovane Antonio.
Quanto di ingiusto, di ristretto e di ineluttabile è nel magro lavoro del pescatore, e insieme l’ansia di uscire da tutto ciò, sono visibili nel giovane protagonista.
Sulla riva – pronti come falchi – attendono i grossisti del pesce salato, i quali comprano per niente l’enorme quantità di pesce che il mercatino paesano non riuscirebbe a smaltire e che i pescatori, poveri come sono, non riescono a sfruttare industrialmente. Ma una notte di buona pesca è sempre benedetta, anche se non porta la ricchezza. I pescatori guardano sempre con rabbia il passaggio, lontano, al largo, dei grandi motopescherecci bene attrezzati che “raschiano” il fondo del mare con le reti, intercettando l’afflusso del pesce nelle piccole reti dei pescatori del golfo.

Antonio e un gruppo di giovani prendono l’iniziativa di dare battaglia almotopeschereccio. (Anche i vecchi pescatori sono d’accordo). Dieci, venti barche che partono all’attacco.
Escono al largo e con furia, con disperazione, cominciano a tagliare le grosse “sciabbiche”, le reti del motopeschereccio.
Una furibonda, drammatica rissa si accende fra l’equipaggio del motopeschereccio, accorso con scialuppe alla difesa, e i pescatori del villaggio.
...Una folla di circa cento uomini è in tumulto dinanzi al Palazzo della prefettura di Caltanissetta. Sono i minatori della grossa miniera di zolfo di Giove, i quali protestano perché il direttore – accampando la scusa della mancanza di corrente elettrica – li ha rinviati a casa. L’ira sconvolge i minatori. Essi sanno che la corrente non manca, che si tratta di un ennesimo espediente del Direttore – proprietario per ridurre ancora le loro giornate di lavoro. Alla miniera di Giove da anni si lavora, per cause di forza maggiore, a turni ridotti e soltanto per tre giorni alla settimana. In eguale condizione sono tutte le altre miniere della zona. La disoccupazione dei minatori è grancde, e lo scarso lavoro viene suddiviso in turni a rotazione regolati dai sindacati. La “settimana” di un pescatore si compone dunque di qualche giornata soltanto.
Per questo gli zolfatari di Giove difendono oggi, dinanzi alla
Prefettura, il loro magro pane. L’imbroglio del direttore è smascherato dinanzi al Prefetto e i lavoratori ottengono di ritornare alla miniera. Hanno vinto una giornata di lavoro.
Fra i minatori abbiamo notato uno dei più attivi: è il nostro protagonista, un giovane sulla trentina: Cataldo.
Seguiamo il pesante, soffocante lavoro nella grande miniera e, contemporaneamente, la tragedia della disoccupazione nei grandi come nei piccoli centri abitati della zona.
Un nota umana, semplice e commovente, si affaccia nello squallido quadro: l’amore di Cataldo per una ragazza (Angela). Due esseri alla ricerca della felicità, e per i quali la felicità coincide con il raggiungimento della più elementari condizioni di vita. Si sposeranno, ma quando?
E Cataldo, cerca come un disperato la via d’uscita. Ed eccolo, una mattina (durante il turno di riposo) con Angela, dinanzi ad una miniera “spenta”. Forse un’idea comincia a farsi strada nella sua testa. Risuona, a questo momento, il colpo di una doppietta.
Cataldo e Angela alzano la testa.

...Nella vallata risuona l’eco del colpo di fucile, seguito da un altro colpo. L’eco corre di valle in valle, dalla miniera spenta ai vasti appezzamenti di terra che schiere di braccianti contadini coltivano. Un attimo di sospensione, di silenzio. Un uomo a cavallo, armato di doppietta, si allontana rapidamente al galoppo. Le schiene si ricurvano stanche al lavoro della terra.

E’ sera. I contadini scendono al paese, e provenienti da punti più lontani del feudo si ritrovano riuniti assieme ai contadini dei paesi circonvicini. La riunione è stata indetta da uno dei più attivi organizzatori della zona e tutti si aspettano comunicazioni importanti. Si parla, naturalmente , del problema che sta più a cuore: l’occupazione delle terre incolte. Se ne parla a bassa voce, timidamente, così come se ne parla in un paese dominato dal terrore della mafia padronale. E ci sono ancora gli scettici, coloro i quali non credono che il contadino riuscirà a rialzare la schiena, e che con il loro contegno inconsciamente diventano i primi alleati del terrorismo mafioso.
L’organizzatore contadino, mentre i più disordinati fioriscono i commenti di coloro che l’attendono, non arriva. Un gruppo di donne piangenti che passa dinanzi al locale della riunione, conferma la notizia che l’organizzatore è stato ucciso nella mattinata. Questo aveva significato il colpo di doppietta. I contadini si guardano sgomenti. Alcuni cominciano a squagliarsela alla chetichella.
E’ come una fuga, che a poco a poco diventa generale. : Il terrore ha vinto, Rifacendo a ritroso il loro lungo cammino, tutti tornano ai loro villaggi. E riprendono la loro vita di miseria e di schiavitù senza speranza.

...Il pescatore Antonio, che era stato arrestato insieme ad altri per l’assalto al motopeschereccio, al momento del rilascio, al commissariato. Il rilascio di uno dei grossisti di pesce salato, al quale – naturalmente – non poteva dispiacere la battaglia contro il motopeshereccio. Ma i giorni di carcere e di riflessione, e l’intervento stesso dell’interessato grossista hanno aperto gli occhi al giovane pescatore, già portato, per sua natura, a cercare una evasione dalle dure condizioni di vita cui è costretto. Egli riesce ad entusiasmare anche i vecchi della sua famiglia attorno a un progetto: montare in proprio una piccola industria di pesce salato. Occorrerà radunare
tutte le economie, imporsi dei sacrifici, vendere il vendibile della casa: e poi comperare barili, sale, e mantenere a disposizione un fondo di denaro per il trasporto in città dei barili.
Il progetto, attraverso difficoltà di ogni genere, si fa realtà. Tutti gli altri pescatori della zona sono scettici, e fiorisce la maldicenza. Scetticismo e maldicenza alimentati dalle armi del grossista. Il quale ha visto con preoccupazione lo sviluppo di questo pericoloso esempio di indipendenza. La barca di Antonio entra in mare. La notte è fortunata, e mentre la famiglia è mobilitata a preparare barili, la barca rientra carica di pesce. Le più alte speranze alimentano il coraggioso tentativo della famiglia di Antonio.

...Nella miniera spenta c’è grande animazione. La sconfortante solitudine del giorno in cui Cataldo vi si trovava con Angela ha ceduto il posto ad una sorta di gaia animazione. Cataldo è riuscito a convincere e ad associare alla sua idea una sessantina di minatori: riuniti in Cooperativa essi sono riusciti ad ottenere in affitto dal proprietario (che vive a Roma) la miniera abbandonata. Una banca ha concesso un prestito, ed è questa la notizia che oggi Cataldo

reca ai suoi compagni. Si tratta ora di cominciare a lavorare, e occorrerà lavorare duro affrontando i più duri sacrifici: l’affitto da pagare e il prestito da ammortizzare costituiscono infatti due oneri che non consentiranno per molto tempo un guadagno sensibile. Due incubi sotto i quali gli uomini lavorano di buona lena, guidati dalla speranza di essere un giorno indipendenti. Essi pesano soprattutto su colui che ha preso l’iniziativa dell’impresa, su Cataldo. Ad essi egli ha dovuto anche sacrificare la sua vita sentimentale. Eppure mai come oggi egli è stretto dall’angoscia di normalizzare i suoi rapporti con Angela. La ragazza gli si è una volta concessa e ora è incinta. Occorre pensare a ciò che una cosa simile rappresenta in Sicilia e pensare insieme all'onestà di Cataldo per comprendere la portata di questo dramma psicologico che lega ancor più Cataldo alle sorti della miniera.

Il lavoro ha ripreso nei campi come prima.
Ma ora, da un feudo all’altro corrono nuove intese fra i contadini e i garzoni. L’ombra del terrore, che aveva gravato su tutti, ha attenuato il suo peso. Percorrendo lunghe distanze, rischiando la sorveglianza dei campieri e la loro feroce reazione, i contadini hanno ritrovato quelle speranze che soltanto l’unione più far apparire realizzabili. Il merito di questa nuova situazione è dovuto al “Saracino” un nuovo coraggioso organizzatore contadino.
Tutti i contadini si riuniscono, una sera, nell’aia della grande fattoria dove il gabellotto, circondato dai suoi fidi campieri, procederà all’assegnazione delle sementi e alla stipulazione dei contratti, provocherà una discussione decisiva per la futura azione dei contadini.
Il gabellotto arriva. Al suo fianco, fra i campieri, è l’uomo che abbiamo visto a cavallo, fuggire dopo aver sparato il colpo di doppietta (v. inizio
dell’”episodio”).
La discussione provocata da un impetuoso ma fermo intervento del Saracino riguarda una vastissima estensione di terreno incolto che il gabellotto si ostina a mantenere a pascolo per una sparuta mandria di bestiame. Questo terreno , coltivato, basterebbe da solo ad alleviare le misere condizioni dei graccianti di tutta la zona. Ma il gabellotto se ne infischia. La “sua” legge è custodita nelle doppiette dei suoi campieri.
Ma la requisitoria del Saracino ha scosso i contadini, i quali osano ora più apertamente sfidare i “tabù” padronali. Sul vasto appezzamento incolto il Saracino esegue con gli altri contadini, eludendo la guardia armata della mafia, calcoli e progetti. (comincia la tempesta).

La barca di Antonio sotto i colpi di una terribile tempesta al largo del golfo. Antonio ha voluto uscire anche col mare grosso, quando tutte le altre barche non osavano muoversi dai loro paranchi. E quando la tempesta è finita, la barca è ormai ridotta a una carcassa che per miracolo galleggia. Tutto è andato perduto: remi, reti, attrezzatura.

Nel pomeriggio ancora nuvoloso e corrusco, rimorchiata da altre barche del villaggio che sono accorse a tempesta finita, la barca di Antonio rientra, accolta dalla muta disperazione delle donne e dal rispettoso silenzio di tutti i marinai. Non manca, qua e là, un atteggiamento di falso compatimento: Antonio aveva
voluto fare una cosa nuova, aveva voluto rompere una tradizione di rassegnata sofferenza, ed ora ha perduto. L’invidia che per un momento aveva alimentato i cuori rassegnati degli altri pescatori è ora vendicata.

L’ombra della tragedia ha steso le sue ali sulla miniera riattivata: la vena si è impoverita a poco a poco; sta per esaurirsi. Cataldo e tutti i minatori associati piombano nel più nero scoraggiamento. Anche loro starebbero per dichiararsi vinti, sotto il maligno sguardo di gioia del Direttore della miniera di Giove, e qualcuno dei minatori già defeziona. Ma una speranza nuova li soccorre: l’aiuto di un ingegnere il quale si dichiara convinto dell’esistenza di una ricchissima vena di minerale e offre gratuitamente la sua assistenza.

Nelle campagne la mafia padronale è in allarme e prepara le armi. In un convegno di contadini e di garzoni di feudo, il Saracino spiega l’azione che dovrà essere svolta per ottenere la terra incolta (si è già costituita una cooperativa di braccianti agricoli) e propone che tutti i contadini della zona diano, nell’occasione di una prossima festa, una dimostrazione di unità e di compattezza che costituisca un mònito per il gabellotto.

La barca di Antonio è in cantiere, e si va inghiottendo tutti irisparmi e l’attrezzatura della piccola industria familiare. Finalmente la barca può riprendere il mare, E’ un vinto, un isolato; e forse soltanto adesso l’esperienza potrà suggerirgli che ha perso perché era un isolato. (il fratello è costretto a partire col clandestino. Gli addii.).

...Dopo vari lavori di sondaggio, i minatori si accingono a far brillare una mina nel posto dove si aprirà la nuova vena. Essi sanno che la nuova vena non significherà la vittoria, non significherà la scomparsa della servitù (affitto e debito con la banca) che pesano su di loro. Continueranno la loro dura vita di lavoro esattamente come prima: ma lavoreranno con una speranza; la speranza in un domani che li renda indipendenti. Questo conseguiranno con il rinvenimento della nuova vena. E questo è già molto per loro, moltissimo per uno zolfataro siciliano abituato da secoli a curvare la schiena.
La mina brilla. La gioia è nei volti di tutti. Anche il dramma sentimentale di Cataldo appare ormai al giovane in una luce ottimistica.
La festa dei contadini, in una vasta aia in prossimità in prossimità di una strada, è al culmine. I contadini sono convenuti con le loro bandiere, le bandiere delle leghe, e con le loro famiglie. E’ una festa semplice e alla buona: si vede che la più grande gioia è questo sapore di novità dello stare insieme. Un tabù è stato infranto, quello per cui il contadino stava rintanato nella sua casa, schivo della vicinanza altrui, immerso nella sua miseria e terrorizzato da oscure minacce. Ma la gioia più grande è la prospettiva ormai imminente di un gesto ultimo al quale si sono decisi: l’occupazione delle terre incolte del feudo. La decisione presa al convegno precedente, è stata riconfermata qui alla festa e la sua occupazione fissata per l’indomani.

Mentre la festa è al suo colmo, improvvise tremende raffiche di mitraglia si sgranano sulla folla dei contadini, riempiendo la vallata di echi a cui subito si aggiungono le urla di terrore e di dolore della folla. Le mitragliatrici hanno sparato da tutte le parti, dalle colline che circondano il vasto spiazzo dove si svolgeva la festa.
Nel sangue di innocenti donne e bambini o di contadini rei di aver alzato la testa dalla loro millenaria schiavitù, la mafia padronale ha lavato l’onta del “tabù” infranto e ha voluto impartire una sanguinosa, tremenda lezione intimidatoria per il futuro. Ma ha sbagliato i calcoli. Ha anzi affrettato la sua sconfitta. Paurosa è l’imponenza dei funerali delle vittie. Pauroso il silenzio degli uomini e delle donne che seguono il corteo. Centinaia di uomini sono a cavallo, si unisce man mano lungo le strade campestri, al primo nucleo. E così, com’era stato stabilito, si occupa il feudo incolto. Il terrorismo della mafia non ha vinto.
Ed ecco gabellotti e padroni, fallite le armi del terrorismo, ricorrere alle armi “legali”. Forze di polizia e carabinieri pongono l’assedio al feudo occupato dai contadini guidati dal Saracino. Ma le intimidazioni non fanno presa. Le donne sfidano i divieti di sorveglianza degli assediati, riforniscono di cibo e di acqua e di informazioni gli “assediati”.

Gli assediati dormono all’addiaccio, sparsi fra le fratte, fra i massi giganteschi del feudo. I muli sono a ridosso della collina, pazienti. Gli uomini sono sempre vigilanti, non sono stanchi, perché sanno che si spera di vincerli con la stanchezza. Hanno persino una fisarmonica e organizzano addirittura un gioco: bardano la festa, con gualdrappe vivacissime, un asino e celebrano “il funerale della mafia”. Ogni mattina sui paletti issano bandiere della lega e ogni sera le ripongono in una grotta. Resisteranno? La minaccia più grave alla loro azione è costituita dal ricatto fatto dai padroni sulle sementi. Fra poco sarà tempo di seminare. Resisteranno? Arriveranno in tempo?

Come falchi rabbiosi ma impotenti, padroni e campieri stanno a guardare. Le trattative con gli enti investiti d’autorità governativa vanno per le lunghe. Resisteranno, gli assediati? Ed ecco il miracolo. Le città, le campagne, si mobilitano si mobilitano per sostenere questi contadini che hanno ingaggiato battaglia contro il millenario “tabù”.
La battaglia è vinta mercè la solidarietà di tutti gli altri lavoratori dell’isola (pescatori, braccianti, operai, ecc.); il governo è costretto ad intervenire per risolvere la vertenza.

© "Bianco e nero" - 1951.


 
I responsabili di questo website sono particolarmente grati di ricevere commenti, suggerimenti, indicazioni o materiale inerente l'argomento trattato.



oppure

Proporre materiale inerente l'argomento trattato.


» Si prega di leggere attentamente le avvertenze sull'impiego del materiale contenuto in questo website


< back

^ top

© | luchinovisconti.net

Realizzazione sito internet