iconL'ultimo Gattopardo
di Gianni Farinetti

Domenica di scirocco a Palermo. Lasciarsi risucchiare dal terso incubo delle Catacombe dei Cappuccini è persino di conforto, un sollievo abbandonare mezz'ora l'implacabile sole di Sicilia e lo sferzante umidore del vento d'Africa. Alla porta un frate attempato - molto attempato - osserva dubbioso due tedeschi in bermuda, li lascia passare, mi sorride breve come sorridono certi siciliani, labbra a filo d'erba, occhi puntati negli occhi, non cordiali, non ostili. Antichi.

Di sotto, e dai lucernari piovono raggi lattei appena increspati di pulviscolo, file di cadaveri appesi. Corridoio degli uomini, corridoio delle donne, celletta dei bambini. Alcune donne - s'intuisce che lo fossero dal ricco o meno abbigliamento - hanno la fronte del cranio cinto da una corona di metallo lavorato secondo costumanze spagnole che sta a indicare il loro stato di donne nubili, e perciò vergini. E perciò sante e più venerabili delle altre. Teschi con mandibole sorprese in uno spasimo di dolore che il tempo, o il caso, o un'effettiva sofferenza, ha donato loro; stupefacenti piastrelle dai colori svenuti - le stesse che vediamo nei palazzi o nelle case più semplici a incorniciare porte e davanzali -; una bambina mummificata con un commovente nastro di raso tra i pallidi capelli addormentati. E non ci chiediamo, non mi chiedo, a quali procedimenti, a quali "colature" sia stato sottoposto il corpicino. Un cartiglio sotto la cassa (meglio una culla) segnala che si chiamava Rosalia, e quando è morta. Un altro cartello vicino la indica ai turisti come "La Bambina, The Baby".

Il meraviglioso, il morboso, la pietà, il cantilenante rito della morte si schiudono in questi cunicoli conventuali severi, come è severa - ma anche languida - tutta questa città. Risalgo perché mi è venuto freddo (ma poi lo so, o almeno lo spero, che è il riflesso dell'aria condizionata della mia camera d'albergo che ho tenuto accesa tutta la notte per trovare requie) e vado a far visita al Gattopardo. L'ultimo. Che riposa tra due cipressi e una gentile balaustra di ferro, proprio qui sopra, al riparo di una lastra di marmo bianco lievemente - signorilmente - inclinata per dare meglio agio al visitatore di leggere il suo nome e quello della moglie Alessandra, qui con lui dal 1982. Sulla lapide è inciso Giuseppe Tomasi Principe di Lampedusa morto a Roma il 26 luglio 1957. Curioso refuso visto che lo scrittore era spirato il 23, dopo soli cinque giorni aver ricevuto la lettera di rifiuto del manoscritto del Gattopardo che Vittorini gli inviava mettendolo al corrente delle sue - forti - perplessità sul romanzo. Andrea Vitello, nella sua ampissima e circostanziata biografia di Tomasi (Sellerio, 1987) riporta il testo integrale della lettera di Vittorini, datata da Milano 2 luglio, in cui si legge: (il romanzo) non riesce a diventare, come vorrebbe, il racconto di un'epoca e, insieme, il racconto della decadenza di quell'epoca. Che abbaglio!

Sedici mesi dopo la scomparsa dell'autore (11 novembre 1958) il Gattopardo uscì presso l'allora nascente Feltrinelli con prefazione di Giorgio Bassani. Del dopo, del clamoroso, quarantennale successo del romanzo, si sa quasi tutto. E molto si sa anche del prima, cioè della vita, da molti giudicata addirittura stramba, addirittura sprecata di Lampedusa. Ma non tutto.

Gioacchino Lanza Tomasi, amatissimo figlio adottivo dello scrittore, consegna in queste settimane un importante volume iconografico di ricordi del padre, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Una biografia per immagini edito da Sellerio. E svela, con una continua sorpresa, l'album di famiglia di Lampedusa. Nell'elegante volume vediamo i dolenti ritratti dei numerosi santi e beati Lampedusa come la Venerabile Serva di Dio Suor Maria Crocifissa, al secolo Isabella Tomasi figlia di Giulio I, il Duca-Santo fondatore, nel 1637 nel feudo di famiglia, della città di Palma di Montechiaro. La Venerabile diventa nel romanzo la Beata Corbera alla cui sepoltura il principone Fabrizio va visita il giorno dopo il suo arrivo a Donnafugata. Seguono le ingiallite fotografie del bisnonno Giulio, l'astronomo, ispiratore del principe di Salina, e quella della moglie di questi, Maria Stella, dagli "occhi belli e maniaci". Magnifiche poi l'opulenta nonna materna Cutò, principessa Giovanna Filangeri, di cui si favoleggiava ancora in Palermo a cinquant'anni dalla scomparsa; e le zie materne (la splendida Giulia Trigona assassinata dal suo amante in un alberghetto di terz'ordine, Teresa madre del poeta Lucio Piccolo e Nicoletta, in famiglia Lina, morta nel terremoto di Messina del 1908). Su tutte queste figure e altre primeggia la madre dello scrittore, Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò bella, ricca, colta, spregiudicata, forse (come insinua nei suoi diari Tina Whitaker) amica del cuore di Ignazio Florio. Si capisce come Visconti attingesse a piene mani ai ricordi comuni per la celebre versione cinematografica del romanzo: la madre di Tomasi ha la stessa grazia liberty di Carla Erba Visconti.

Realtà e creazione romanzesca si fondono continuamente nell'opera di Lampedusa e rintracciare lo specchiarsi di relazioni, l'ironico - e misterioso - rivelare di sé, è un gioco di intramontabile fascino. Così inizio un mio privato pellegrinaggio e mi metto alla ricerca (dopo un difficoltoso tragitto in quell'ex eden che è la Piana di San Lorenzo tra Palermo e Mondello) della villa Lampedusa ai Colli dove l'astronomo si fece costruire l'osservatorio di cui andava fiero. Al fondo di un viale ormai irriconoscibile (sullo sterrato sopravvivono due pini marittimi mal potati) si apre la deliziosa corte chiusa di quest'ampia casana settecentesca, tra tutte le dimore del principone la più amata, la più lungamente vissuta. Un'apparizione desolante. Sulla facciata si scorge ancora l'impallidito segno dei festoni che alleggerivano le imponenti pareti, la scala a doppia rampa sale al livello delle due terrazze. Da quella orientale lo sguardo spazia all'incombere del monte Pellegrino e sulla bizzarra pagoda della Casina Cinese di Ferdinando IV di Borbone che affiora dall'ancora stupendo parco di villa Spina. Quella a occidente (mentre vien giù un tramonto di incantevole dolcezza) offre lo scorcio di un campo abbandonato con una scassata roulotte e, appena più in là, il deposito dei Vigili del Fuoco. Il giardino, la flora, da cui "ogni zolla emanava la sensazione di un desiderio di bellezza presto fiaccato dalla pigrizia" è sostituito da un orto supponiamo abusivo. La villa e i terreni superstiti sono proprietà di un ordine religioso a cui gli eredi Lampedusa cedettero le loro quote nel corso della querelle che divise la famiglia per oltre sessant'anni. Nel 1963 Italia Nostra riuscì a impedire la demolizione della villa, ma da allora nulla o poco è stato fatto per fermare l'obliqua decadenza della casa.

Ciò che stupisce visitando i luoghi di Lampedusa è l'accanirsi della cattiva sorte su di essi. Un altro biografo dell'autore, David Gilmour (L'ultimo Gattopardo, Feltrinelli 1988) , fa notare come tutte le case sia paterne che materne si trovano in un avanzato stato di rovina se non addirittura distrutte. L'esempio più sconvolgente, più incomprensibile è il palazzo di città, in via Lampedusa, posto tra il retro della Prefettura (che fu la villa urbana dei Whitaker) e l'oratorio di Santa Cita. E' la Scomparsa amata che lo scrittore nei suoi Ricordi d'infanzia ci descrive con un rimpianto sconsolato e pieno d'ira trattenuta: "Sarà quindi molto doloroso per me rievocare la Scomparsa amata come essa fu sino al 1929, nella sua integrità e nella sua bellezza, come essa continuò dopo tutto ad essere sino al 5 aprile 1943 giorno in cui le bombe trascinate da oltre Atlantico la cercarono e la distrussero."

Le ripugnanti rovine sono qui, davanti ai miei occhi: inconcepibile maceria nel cuore della città da oltre cinquantacinque anni. Di quello che fu uno dei grandi palazzi aristocratici palermitani (lo scrittore ricorda che la sua superficie era di 1600 metri quadrati) non rimane niente, se non il vasto sfacelo. Sul lato destro si leggono ancora vaghi architravi di finestre, la facciata è spartita dai due portoni e da piccoli ingressi secondari ora murati con grigi blocchi di cemento. Per ironia sull'angolo del palazzo c'è un riquadro municipale per affissioni pubblicitarie, anch'esso disertato se non da vetusti brandelli di manifesti strappati. Un alianthus cresce rigoglioso nelle inaccessibili macerie, la chioma sparge la sua modesta ombra sulla piccola via abbandonata. Non ci sono abitazioni in questo tratto, solo un cadente edificio moderno e il fianco severo del palazzo dell'ex Monte dei Pegni con le sue inferriate carcerarie. Lampedusa ricorda che durante i bombardamenti queste si scagliarono contro il palazzo di fronte penetrando nei saloni, con l'effetto che si può immaginare. Ma non si può immaginare, solo intuire, il dolore di Tomasi che, accorso dopo il bombardamento, riusci soltanto a riempire una borsa di pochi effetti personali della moglie e s'incamminò poi verso Bagheria. Raggiunse a piedi la casa del principe di Mirto a Santa Flavia e per tre giorni si rinchiuse in una stanza rifiutandosi di parlare.

Anche la casa di Santa Margherita Belice dei Filangeri di Cutò, casa che è insieme a Palma di Montechiaro il modello per le delizie di Donnafugata, non c'è più, spazzata via dal terremoto del 1968. Lampedusa era già morto ma il suo rimpianto era ben vivo perché lo zio materno, Alessandro Tasca, vendette la villa-palazzo negli anni '20. Così villa Cutò a Bagheria, oggi soffocata da orrende palazzine. E Palma di Montechiaro, il feudo dei santi Lampedusa cinquecenteschi, è diventata un disordinato paesone contaminato dal vicino scandaloso squallore di Gela. Ho visto transenne dappertutto a Palma, intorno al palazzo, sulla larga scala del Duomo, davanti al monastero del Santissimo Rosario dove riposano le spoglie della Venerabile Maria Crocifissa. E tutta questa lamiera ondulata mi pare una doverosa ma esigua protezione alla marea distruttiva, alla sovrana indifferenza che non è solo siciliana, ma uno dei più disgustosi peccati italiani. C'è anche un altro luogo dello scandalo intimamente legato all'opera di Tomasi. E' il golfo di Augusta, un tempo l'arcadico sito dove lo scrittore ambientò il suo racconto più alto, Lighea, e oggi ridotto a zona industriale con le sue ciminiere che hanno sostituito l'apparire degli alberi dei velieri ormeggiati, i suoi immani stabilimenti, addirittura lo smog che caccia maligno la serenità del cielo e del mare. Anche villa Spaccaforno in Palermo non c'è più, abbattuta per far posto a eleganti quartieri residenziali. Isabella Pecoraino Crescimanno, cugina di Tomasi, mi racconta che ci è nata, e che i domestici della sua infanzia le si rivolgevano ancora con l'appellativo di Eccellenza (contravvenendo, come nel romanzo, alle disposizioni di Garibaldi...) La baronessa Crescimanno mi parla anche della sdrucita sobrietà dello scrittore, dei magnetici occhi della principessa Alessandra, Licy in famiglia, della sua lunga vedovanza.

Villa Boscogrande ai Colli, scelta da Visconti per ambientare le scene iniziali del film, è invece ancora integra, amorevolmente curata dai proprietari. Solo l'aranceto digradante verso il mare (quello in cui s'inoltra in calesse Tancredi/Delon in un crescendo musicale degno del miglior senso visivo viscontiano) è punteggiato dalle solite villette che attestano il tronfio benessere borghese del dopoguerra. Tomasi conosceva bene il tormentato carattere siciliano. Con doloroso distacco fa dire al principe di Salina: "Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli scacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra."

L'album di Gioacchino Lanza Tomasi ci mostra ancora la terrazza dell'ultima casa abitata dai Lampedusa, in via Butera 23, affacciata a quella (non) passeggiata a mare che è il Foro Italico, luogo che evidenzia con brutalità il difficile, inesistente rapporto che ha Palermo con il suo mare. Questa struggente città dà le spalle al mare, retaggio di antiche povertà, simbolo della miseria di chi, sul mare, se ne andava per cercare fortuna altrove. Sulla terrazza di via Butera Giuseppe Tomasi raccolse i pochi reperti salvati dal palazzo di via Lampedusa: alcune delicate maioliche, una fontana con il gattopardo rampante, uno stemma di pietra della sua casata. E' ripreso con la moglie, con gli adorati cani. In altre lo vediamo con gli amici più cari, con il figlio adottivo. Una luminosa immagine lo ritrae nel vano corroso di una finestra del castello di Palma di Montechiaro. Lui e Licy si fronteggiano, immobili figure ritagliate nel gran mare del tempo.

Il libro si chiude con una fotografia dello scrittore scattata nel giardino dei cugini Piccolo a Capo d'Orlando nell'autunno del 1956. L'ultimo Gattopardo fissa con signorile ironia l'obiettivo. Un accenno di derisorio sorriso increspa un poco le labbra, gli occhi grandi ci guardano remoti, delusi. Ma nel fondo di essi brilla come un ridente presagio di trionfo. E infatti, a lato della fotografia, c'è la riproduzione della prima pagina del manoscritto del Gattopardo ricopiato a mano nell'ultimo inverno della vita di Tomasi. E queste righe tracciate su un grosso quaderno, ad onta dello scempio che verrà e delle personali delusioni di Tomasi, ci tramandano il suo postumo trionfo.

© Gianni Farinetti




 
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