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"Angelo"
di Luchino Visconti
Estratto dalla prefazione del romanzo
di René de Ceccatty
Visconti scrittore. La scoperta dovrebbe forse stupirci? Il regista
che ha adattato II gattopardo e Morte a Venezia, che avrebbe dedicato
le sue ultime forze alla impossibile riduzione cinematografica della
Ricerca del tempo perduto era certamente un "letterato". La
sceneggiatura stessa della Caduta degli dei aveva origine da una modernizzazione
di Macbeth, dapprima ambientata nell'Inghilterra del Novecento, poi
trasferita nella Germania nazista. Le sceneggiature, sempre scritte
accuratamente, con l'aiuto di Suso Cecchi d'Amico, figlia del famoso
critico Emilio Cecchi, erano quasi sempre fondate su opere già
pubblicate.
Senso prende le mosse, come tutti sanno, da un breve romanzo di Camillo
Boito, Ossessione riprende l'intreccio del Postino suona sempre due
volte di James Cain, anche Rocco e i suoi fratelli s'ispira a un libro
di Giovanni Testori, II ponte della Ghisolfa. Dostoevskij con Le notti
bianche, Camus con Lo straniero offriranno a Visconti argomenti più
o meno felici. In questo ultimo caso, le esigenze di fedeltà
poste dagli eredi di Camus limiteranno notevolmente la libertà
del regista che non riconoscerà mai completamente quest'opera.
Infine, a D'Annunzio con L'innocente Visconti offrirà il suo
ultimo omaggio.
Del resto, se si fruga nell'archivio del regista, si scopriranno innumerevoli
sinopsi e trattamenti talvolta portati a termine: Verga per lungo tempo
fu un'idea fissa di Visconti che certa mente ricorderà il grande
scrittore siciliano girando La terra trema. Visconti aveva anche progettato
di trarre un film da uno strano racconto di Maupassant, Les tombales
(Le sepolcrali), che narra del breve incontro di un gaudente con una
finta vedova, in realtà una prostituta che batte nel cimitero
di Montmartre.
Oltre all'opera di Proust, aveva pensato alla Montagna incantata di
Thomas Mann e a Zelda, la vita di Scott Fitzgerald. Già durante
la guerra, Visconti s'era legato alla traduzione di Adrienne Mesurat
di Julien Green, con cui aveva avuto vari progetti, tra i quali una
partecipazione al kolossal La Bibbia, affidato poi al solo John Huston.
Se dovessimo scegliere il più letterato tra i registi, la scelta
ci condurrebbe senza dubbio a Visconti che, tra l'altro, lavorò
molto per il teatro, fondando la propria compagnia e mettendo in scena
tanti autori, classici o contemporanei, Goldoni, Cechov, Ford, Miller,
Tennessee Williams, Pinter, Natalia Ginzburg.
In ogni caso, se non ci stupisce l'interesse di Visconti per la letteratura,
non possiamo fare a meno di ammirare la straordinaria maestria con la
quale scrisse Angelo.
(...)
Estratto dal Capitolo I del romanzo "Angelo"
Per un tardo pomeriggio di novembre, sotto un
cielo chiuso e carico di neve, una carrozzella se ne viene al trotto
senza affrettarsi nell'ora deserta, saltellando e scartando con balzi
secchi giù per la strada larga e mal lastricata di un borgo Di
tanto in tanto cala giù fra le case una ventata invernale che
scompiglia per un momento la prima nebbia ferma a livello dei tetti
e il fumo nero che, dai camini, fila diritto e lento come lunghe sciarpe
di lutto. Severi palazzotti vuoti, alcuni disadorni ritti e magri, lavati
dal tempo, altri panciuti ornati, adagiati nell'inerzia di giorni inutili
delle facciate azzurrine o gialle o grigie come pelli malate, fanno
una doppia ala di silenzio al passaggio di quel veicolo inatteso, che
col suo rotolare sordo sull'acciottolato, risveglia il sonno del quartiere.
La strada pare interminabile, tutta diritta come lo sono in quei borghi
delle città provinciali le arterie morte della periferia, fiancheggianti
quasi parallele il bastione di cinta. Il carrozziere, rannicchiato in
serpa, pare inebetito, tutto imbacuccato e sonnacchioso, e non si cura
di rianimare il trotto zoppo del suo cavallo, che da solo evita gli
ostacoli più duri passando attraverso gli accidenti del selciato
sconvolto e ogni tanto di sua iniziativa si rimette al passo per tagliare
e aggirare le difficoltà, sfiorando quasi le mura dei palazzi
ermetici.
Nella compattezza delle case che fanno ala si apre di quando in quando
il varco vuoto di un giardino cintato solo da un muro basso. In quel
cavo la nebbia è scesa giù ad annidarsi alle radici degli
alberi. Il guidatore, convinto di essere ascoltato, salmeggia fra le
labbra, ininterrottamente, all'indirizzo del cavallo sfiancato, comunicandogli
il suo malumore, e, quando una entata più ghiaccia lo investe,
si ficca con il naso dentro nel cappotto nero, rimbacuccandosi fino
agli occhi.
Nell'interno della vettura, i viaggiatori non danno segno di vita. Hanno
tirato le tendine laterali di scura seta verdognola, tese sui cristalli,
per impedire all'ultimo chiaro livido della giornata di entrare. A più
riprese il vecchio a cassetta s'è provato, senza risultato, chinandosi
su un fianco, a richiamare la loro attenzione, con qualche domanda rivolta
nell'interno della carrozza, ma inutilmente ha atteso una risposta.
I cristalli smorzano la sua voce. Nessuna risposta. Cosi egli riprende
il monologo, o si rivolge all'animale stanco, non prima di aver manifestato
con un'alzata di spalle la sua impazienza.
I viaggiatori, sono due, e si lasciano condurre indifferenti, passivi,
chiusi in quella scatola saltellante e dura che li costringe a posizioni
incomode. Sull'asse del fondo è un grosso involto di panni legato
con una cordicella, che le scosse e gli sbalzi disordinati della vettura
fan ricascare di continuo sui loro piedi, senza che ne l'uno ne l'altra
si curino di rimuoverlo, ed è lo sbandamento successivo che lo
ripiazza di nuovo al suo posto, sotto la panchina anteriore.
Sono una donna ed un ragazzo. La donna veste di nero e si regge seduta
sul limite del sedile, senza appoggiare la schiena ai cuscini trapuntati
di bottoni, nella postura di chi sia sempre sul punto di scendere. Appoggia
le mani aperte sulle ginocchia, ma se il veicolo piega bruscamente verso
il lato dove è il ragazzo, essa con la mano destra si puntella
al seggio per non rovesciarglisi addosso e con la sinistra si aggrappa
per un attimo alla portiera.
Di tanto in tanto, volgendosi verso il compagno taciturno gli sorride
timida con uno sguardo tra supplichevole e incoraggiante e subito riprende
la fissità di poco prima con applicazione: e si direbbe che stia
in orecchi. Il ragazzo, invece, è quasi sdraiato nel fondo. Il
sobbalzaredella vettura lo scuote come un peso inerte. Ha abbandonato
il capo indietro sulla spalliera e il suo viso, sui cuscini scuri, è
di un pallore marmoreo, senza ombre, senza labbra. Al sorriso della
donna accenna appena e con fatica, volgendo gli occhi senza muovere
la testa.
Il suo sguardo s'è fìsso, con una ostinazione imbambolata
seguendo il filo d'un pensiero, ad una ghianda che penzola dalla cornice
nel centro del finestrino anteriore. Una di quelle ghiande d'ornamento
nelle vecchie carrozze, lunghe e dure, di seta scura, strette in una
reticella, che come un pendolo veloce e irritante svolazza, sfiorando
il piano liscio del cristallo.
Ora la madre gli sorride ancora una volta, talmente impacciata che par
quasi vergognosa della tenerezza che prova per il bambino: ma un urto
più violento scrolla la vettura, e la piccola donna annaspa nel
vuoto per aggrapparsi alla portiera e reggersi dritta. "La carrozza
del Cerutti non è più molto in gamba" mormora con
affanno, riassettandosi. "Si sa, è vecchia. Avrebbe bisogno
di riposare. Ha le ossa un po' rotte. Come ti senti? Non hai più
vomito?" "No. Mi gira un po' la testa, ma se chiudo gli occhi
mi passa subito" risponde il ragazzo. Un colpo secco nel cristallo
li fa sobbalzare entrambi. E il carrozziere ancora, che riprova ad attirare
la loro attenzione e batte deciso il pomo di metallo della frusta nel
finestrino e poi, tutto curvato, si allunga giù dal seggio alto
e con le labbra sillaba qualche cosa di incomprensibile, tenendo la
mano alla bocca come un portavoce, ma le sue parole non arrivano, fra
quel sordo rullare delle ruote e i gemiti dei legni vecchi del veicolo.
Allora il vecchietto si raddrizza sul seggio, rassegnato e scontento,
e i viaggiatori non vedono più che il suo dorso largo e tondo
nel tabarro oscuro.
Il cavallo s'è rimesso al passo. Fatica. Lo si sente dagli strappi
bruschi e improvvisi e dall'avanzare incerto della vettura. Scende la
sera. In alto alla strada diritta, l'ultima dolce luce del giorno si
è rifugiata in fiocchi ovattosi rosa ancor chiari in un angolo
del cielo diventato livido e di un verde di pomo, nel dilagare immenso
della nebbia sorda e greve. Nei palazzi taciturni non si accendono lumi
alle finestre, non sfavilla un solo palpito di vita, nessuna presenza.
Affondano nel nebbione tutti insieme. Un albero scarno, da un giardino
chiuso, tende le braccia lunghe affiorando ancora un poco nel gran naufragio
silenzioso.
Angelo, dal suo angolo, vede il cielo trasmutar di colore e la stanchezza
fisica lo fa soffrire dolcemente di quel trapasso che gli duole in cuore
con l'intensità di sensazione del malato: e quell'ultimo lume
del giorno, che agonizza di attimo in attimo per spegnersi come una
lampada sommersa, lo sgomenta. Il suo sguardo attento, ch'egli non ha
la forza di distogliere, s'affissa ora al cielo che si spegne, ora alla
ghianda isterica. E ogni cosa lo fa soffrire d'angoscia, confuso nell'odore
di polvere e di muffa umida del vecchio panno della vettura, che rianima
nella sua mente ricordi lontani di vecchia rimessa, di giucchi infantili:
tutto quell'universo puerile che ritorna su a imbrattargli l'anima.
Risente la vecchia scuderia bassa del Pin Cerutti e la rimessa alla
quale si accede dal cortile di casa per una porta ad arco, le poste
calde dei cavalli, il buon lezzo delle lettiere fradice, del cuoio dei
finimenti, e le vetture, abbandonate come barche a secco sulla riva,
le stanghe fragili in aria, cariche di campanelli, vuote come due braccia
protese: e in quella imprecisa visione il ricordo vivo della giocondità
quotidiana furtiva, il fascino delle loro invenzioni magnifiche nel
tepore della stalla incustodita.
(...)
© Visconti L., Angelo, Editori Riuniti, Roma 1993
Angelo
Luchino Visconti, Editori Riuniti, 1993
Libro
disponibile presso IBS Italia
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