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Fra cento modi, uno
di Luchino Visconti
Nel corso degli anni credo di aver cambiato il mio metodo di realizzazione solo nel senso che ho semplificato sempre di più. Ho sempre cercato di arrivare a una maggior semplificazione dei mezzi tecnici. Per quel che riguarda il lavoro diretto sugli attori, credo di non aver cambiato niente e di essere invece esattamente come all’epoca di “Ossessione”.
Mi sono servito molto poco del Dolly, per no dire mai. Per esempio mi è molto difficile muovere la macchina da presa come fa Fellini. Quando la mia macchina da presa si muove, non si vede. Evidentemente certe volte anch’io ho bisogno di muoverla, di spostarla. Però non lo faccio mai in modo premeditato, ma quando veramente la scena che devo girare me lo suggerisce: non ci penso mai in anticipo. Mi sembra che sia necessario semplificare la scrittura al massimo. Perché lo stile di un grande romanziere è il più spoglio possibile, è quello che comporta il minor numero di aggettivi, il minimo di punteggiatura, il minimo di superlativi, è quello che è più netto.
Mi hanno spesso accusato di una ricerca esagerata nel dettaglio della scenografia, dell’arredamento, dei costumi. Mi sembra un’accusa falsa, perché la ricerca non è mai eccessiva. Se lo è, schiaccerebbe il racconto o i personaggi, e mi pare che non sia mai successo. La necessità, l’esigenza di avere una scenografia giusta, esatta, è anche il desiderio di presentare al pubblico un’opera sempre credibile, una visione storicamente esatta, nella maniera di vivere, di agire, di comportarsi di certi personaggi immersi in un mondo determinato, e che servono a chiarire il contenuto di una vicenda, della storia di un film. Mi sembra che la precisione dei dettagli sia dunque una conseguenza logica, inevitabile.
Si raccontano su questa mia ricerca aneddoti ormai leggendari, ma non c’è niente di vero. Sono invenzioni di cronisti che detestano il cinema. Non essendo del mestiere, lo detestano, spinti in qualche modo da un sentimento di invidia, di astio, perché pensano che il cinema sia un ambiente di pazzi, di avventurieri, di donne, di gente che vive in mezzo ai milioni, di gente che vive divertendosi, mentre non sanno che si tratta di una fatica terribile, che è un lavoro che definirei quasi mortale. Eppure in tutta la mia carriera non ricordo di avere mai rigirato una sequenza, di aver mai cambiato una cosa che avevo preparato con precisione. Quando giro, non vedo neanche i giornalieri. Perché non voglio vederli. E questo è un po’ un motivo di disperazione per il mio operatore, che però ora mi conosce bene. Li vedo anche un mese dopo averli girati. Quello che ho in testa e che voglio fare non voglio vederlo realizzato fino a quando non è finito, completato.
Una volta completato, allora benissimo, l’accetto com’è. Forse tutto questo è addirittura presuntuoso da parte mia, perché penso di non sbagliarmi mai, mentre invece sicuramente mi sbaglio spesso. Tuttavia è un difetto di cui sono assolutamente consapevole, ma che non riesco mai a correggere. Non mi è mai successo di dire: ho girato questa scena in questo modo, ebbene, domani la rifaccio e la giro in modo diverso. Per non dover ricominciare la stessa scena, spesso giro con tre macchine da presa contemporaneamente: perché non mi piace rigirare la stessa scena da un altro angolo. Quindi so già quello che mi servirà al montaggio, ed è per questo che piazzo tre macchine da presa in posizioni differenti e faccio lavorare gli attori.
Di solito procedo così: due macchine da presa sono piazzate in modo coerente in funzione del montaggio, e la terza è un po’, come dire, a caso. Perché voglio sempre cogliere qualcosa che l’attore non sa, senza neanche dirglielo. Voglio dire che piazzo quella terza macchina da presa in una posizione che è assolutamente contraria alla scena che sto per girare, perché mi dà spesso delle cose occasionali, veramente rubate, uno sguardo improvvisato, un gesto che non era previsto e che è spesso proprio quello che sottolinea la scena nel modo più realistico e più forte. E non ho mai nessun dubbio sul posto dove piazzare le macchine da presa. Ci sono dei registi che non sanno mai dove piazzare la macchina da presa, che girano inquadrature su inquadrature.
Io arrivo sul set e dico immediatamente a Rotunno: ecco, questa va qui, questa va là e questa va là: piazzale. Poi torno, giro e lavoro con gli attori. Voglio dire che non ho mai dei dubbi, ed è per questo che le accuse rivolte da quelli che considerano il cinema come un mondo di pazzi sono assurde. Non mai rifatto una scena, né cambiato una scenografia, né cambiato un costume perché sono cose che ho previsto con moltissimo anticipo, ed è un lavoro di preparazione che svolgo con i miei collaboratori, con i tecnici che si occupano di questo campo specifico. Io fornisco le indicazioni, scelgo tutti gli oggetti, fino all'’ltimo pezzo di stoffa che deve servire, e poi non ho mai rimorsi. Mi si dice: se lei avesse dei rimorsi forse ogni tanto migliorerebbe quello che fa. Al contrario. Potrei apportare dei miglioramenti, ma non sarebbe più quello che avevo in mente; e il mio unico scopo è proprio quello di realizzare quello che ho in mente così come l’ho concepito. Ovviamente ci sono altri cento modi di lavorare, ma questo è il mio, e a me sembra che la cosa più importante sia che un’opera porti sempre il marchio di una personalità.
© "L’Illustrazione italiana" 1983.
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