iconVent'anni di teatro /1
di Luchino Visconti

Una sera di metà gennaio, a Roma, entrai al teatro Valle per salutare i miei attori. Era quasi mezzanotte, e attraverso l'altoparlante dei camerini sentii Rina Morelli che diceva l'ultima battuta di Liubòv Andrèievna: "Mi sembra di non aver mai visto prima d'ora i muri e i soffitti di questa casa...".

Anche quella sera, a due mesi e mezzo dalla prima rappresentazione, II giardino dei ciliegi aveva fatto un "tutto esaurito". In salac'erano moltissimi giovani. E oltre alla solita quota di abbonati alla stagione del nuovo Stabile c'era evidentemente un pubblico insolito per il teatro di prosa. Più che al Valle, sembrava di essere in una sala cinematografica di seconda visione, strapiena.

Sulla scena, i personaggi scomparivano a uno a uno, finché rimase solo il vecchio Firs e il sipario si chiuse: applausi interminabili come a un debutto, ma forse meno accondiscendenti e certo più spontanei di quelli che di solito vengono tributati dal pubblico delle "prime". Contai più di quindici chiamate.

Ero soddisfatto come autore della messinscena, ma soprattutto ero divertito come vecchio osservatore di fatti teatrali. Eravamo ormai alla fine del periodo concessoci dal programma dello Stabile e il botteghino era ancora costretto, ogni sera, a respingere richieste di biglietti. Molta gente che desiderava vedere lo spettacolo, a Roma, non è riuscita a vederlo.

Con un totale di settantasette repliche e oltre settantamila spettatori paganti, Il giardino ha così smentito la sua assurda leggenda.

In teatro si creano spesso dei pregiudizi. In passato, a proposito di Cechov, si sentiva sempre dire: Zio Vanta, Le tre sorelle e Il gabbiano sì, ma II giardino no. Da noi, l'ultima opera teatrale scritta da Cechov non aveva mai ratto molti soldi, e i teatranti la consideravano con una sorta di superstiziosa perplessità. Io stesso avevo avuto occasione di assistere in passato ad almeno tre edizioni di questo spettacolo e sembrava proprio vero: il pubblico non riusciva a sopportare fino in fondo un testo che veniva invariabilmente messo in scena con un ritmo dilatato e smorzato, tenuto sui mezzitoni, sempre interpretato con eccessiva malinconia e con dispendio d'interminabili silenzi.

La colpa, è chiaro, non era del testo. Difatti, è bastato uscire dall'impostazione tradizionale e anche ll giardino dei ciliegi ha raggiunto un successo che a Roma equivale, credo, a un record in assoluto.

Non c'era bisogno d'inventare nulla, semplicemente bastava tener conto di quelle che erano, già nel 1903, le intenzioni dell'autore. Per Cechov, questo suo ultimo lavoro teatrale era, più che un dramma, una commedia. Prima di morire, anzi, ebbe a questo proposito una vivace polemica con Stanislawski che ne aveva dato, al Teatro d'Arte di Mosca, una versione troppo cupa e drammatica.Ma dopo di allora aveva definitivamente vinto Stanislawski, la cui messinscena era rimasta l'unico esempio da seguire. Sono contento, adesso, di aver dimostrato con il mio spettacolo che aveva ragione Cechov. ll giardino dei ciliegi che nell'ottobre scorso ha aperto la stagione dello Stabile di Roma non è piaciuto incondizionatamente alla critica, però, è certamente piaciuto al pubblico,anche a un pubblico che non aveva nessuna dimestichezza con il teatro. Alla fine, lo spettacolo è stato smontato solo per far posto al Mercante di Venezia curato da Ettore Giannini. Senza questa improrogabile scadenza avrebbe potuto tenere il cartellone per molte settimane ancora.

C'è da chiedersi se questo spettacolo, in un altro momento e in altre circostanze, avrebbe ottenuto lo stesso successo. Non lo so. Da qualche tempo si sente ripetere che anche gli italiani hanno finalmente scoperto il teatro. Si parla perfino di un boom teatrale,e i fatti sembrano dimostrarlo. La stagione è insolitamente fitta con buoni e ottimi risultati, ma io non sono completamente d'accordo con quelli che ne identificano le cause con un'evoluzione culturale del pubblico. Io ho l'impressione che il fenomeno sia legato a cause diverse, perfino contraddittorie, e che, alla base di tutto, dipenda da semplici ragioni di mercato.

Per la prima volta il teatro italiano cerca di fare una politica dei prezzi e cerca di arrivare in zone di mercato mai sfruttate prima. Insomma, si comincia a offrire teatro a prezzi popolari, qualche volta popolarissimi, e immediatamente si vede il risultato. In una città come Roma dove c'è un pubblico proverbialmente distratto lo Stabile ha raccolto, alla sua prima stagione, oltre sedicimila abbonamenti. Mi sembra una cifra enorme.

[ 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 ]

© "L'Europeo", numero 13-14, marzo 1966.


 
I responsabili di questo website sono particolarmente grati di ricevere commenti, suggerimenti, indicazioni o materiale inerente l'argomento trattato.



oppure

Proporre materiale inerente l'argomento trattato.


» Si prega di leggere attentamente le avvertenze sull'impiego del materiale contenuto in questo website


< back

^ top

© | luchinovisconti.net

Realizzazione sito internet