iconVent'anni di teatro /2
di Luchino Visconti

Così si sta avverando quello che alcuni di noi, inascoltati, predicavamo già vent'anni fa. Non si poteva sperare di ottenere risultati ampi, né di montare spettacoli con un certo margine di sicurezza,finché una poltrona costava tremila lire. In passato, però, nessuno era mai stato in grado di fare un lungo esperimento in tal senso perché l'incomprensione dei proprietari delle sale era totale: noi si lavorava come piazzisti del teatro, a una certa percentuale, senza avere mai la possibilità di intervenire sui sistemi di vendita e senza mai ottenere una riforma dei prezzi.

Qualcuno oggi sostiene che la politica adottata da Vito Pandolfi è pericolosa, che a Roma si vende il teatro sottocosto e che questo lavoro di promotion su un pubblico popolare è un lusso che solo un teatro sovvenzionato può permettersi. Si può rispondere che il"teatro per molti", come lo chiama Giannini, in Italia è una novità,ha bisogno di propaganda e di lancio. Il teatro è una mercé culturale, ma è sempre una mercé, e come tale dev'essere venduta. Solo così si può pensare di attirare a uno spettacolo un pubblico che abitualmente non ci pensa neanche. Se la gente, finalmente, viene a teatro, può anche darsi che vent'anni di sforzi per dare una certa dignità alla nostra scena siano serviti a qualcosa. I risultati di un lavoro culturale non possono mai essere immediati. E solo oggi, da noi, il teatro comincia forse a diventare, per un pubblico più largo,una necessità come quella che spinge la gente a comprare giornali per avere notizie.

Cos'è stato il teatro, in Italia, finora? Uno svago da prendere in posizione digestiva, un dopocena, riservato per lo più a poche migliaia di clienti di un certo ceto, in un paese dove quasi cinquantamilioni di persone non ne hanno mai saputo nulla o quasi. Adesso mi pare che questo genere di spettacolo si stia smitizzando un poco.Ma non è tanto il pubblico che lo sta scoprendo. Piuttosto è il teatro che sta scoprendo il suo vero pubblico.

Vent'anni fa lo sapevamo già, tutto questo, sia pure in maniera un po' più vaga. E se oggi un progresso comincia a esserci, sono convinto che lo si deve anche al nostro lavoro. Voglio dire al lavoro di poche persone che subito dopo la guerra iniziarono in teatro un discorso coerente e appassionato: Strehier, Grazio Costa, Ettore Giannini e io. Bene o male, siamo stati noi a fare il nuovo teatro. E mi pare che oggi i risultati più solidi e chiari abbiano tutti alle spalle una fatica lunga e costante.

Quali sono i fatti più importanti e incoraggianti della stagione?A Milano, Strehier ha presentato il suo Gioco dei potenti, questa specie di "summa" delle sue esperienze scespiriane. Io ho presentato a Roma un Cechov che è sembrato completamente nuovo al pubblico. Dopo di me è venuto Giannini, e il suo ritorno alle scene di prosa, dopo un'assenza tanto lunga, è un fatto pieno di interesse.Anche il suo Mercante di Venezia continua un discorso cominciato più di vent'anni fa. Poi c'è lo spettacolo di Giorgio De Luilo, che io considero un mio allievo. Il suo Giuoco delle parti mi pare una straordinaria rivalutazione critica di Pirandello, fatta su un testo negletto.

Sono tutti risultati di un lavoro almeno ventennale. De Luilo lavora con Valli, con la Falk e la Albani da un po' meno, ma si tratta sempre di un filone teatrale uscito dalla nostra attività dell'immediato dopoguerra, e comunque dimostra ancora una volta che i bilanci positivi, in teatro, si ottengono solo con pazienza, con una ricerca fatta in gruppo, con una politica culturale coerente.Anche per quel che mi riguarda, sono convinto che oggi dovrei fare un bilancio diverso se non mi fossi impegnato per tanto tempo in un'attività che trovava la sua vera consistenza nella collaborazione stabile e continua con Rina Morelli e Paolo Stoppa.

Al di fuori di questi spettacoli, cosa c'è? Ci sono dei risultati teatrali magari brillanti, ma spericolati, meno maturi, più legati a scopi sensazionali o a trovate pubblicitarie.

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© "L'Europeo", numero 13-14, marzo 1966.


 
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