iconVent'anni di teatro /3
di Luchino Visconti

Nel panorama d'oggi il fatto più positivo mi pare proprio questo:c'è, accanto alle inevitabili improvvisazioni, un'attività professionale molto seria, qualche volta artigianale e sfortunata, se si vuole, ma solida. I piccoli gesti clamorosi non sono mai un fatto costruttivo,rimangono isolati, non favoriscono nessuna evoluzione, sono senza domani. Mi pare che il teatro, specialmente in un paese come il nostro, abbia bisogno prima di tutto di serietà e di continuità.

Con il lavoro paziente di poche persone, il primo risultato che si è ottenuto è questo: ormai esistono in Italia dei veri quadri di attori. Un teatro senza attori è come un'industria senza materia prima, e uno dei motivi di maggior soddisfazione, per me, è di aver contribuito in maniera abbastanza determinante alla formazione di molti interpreti che oggi si possono considerare di livello europeo.Buona parte della Compagnia dei Giovani, per esempio, proviene praticamente dal mio laboratorio teatrale; in particolare De Luilo,che si è valso di una lunga collaborazione con me per passare così felicemente alla regia. Spero che né lui né gli altri, nella sua ditta,abbiano difficoltà a riconoscerlo.

Adesso è difficile ricordare tutti i nomi che sono passati attraverso il mio teatro. Le glorie già affermate, prima di tutto, come Ruggeri, la Borboni, la Tatiana Paviova (che non aveva più recitato dopo la guerra e che fece con me Zoo di vetro, diciannove anni fa),Memo Benassi (che fece cose memorabili interpretando Vierscinin nelle Tre sorelle), e perfino Vittorio De Sica (che io diressi nel Matrimonio di Figaro}. Con me, Paolo Stoppa uscì definitivamente dai ruoli limitati in cui era stato sempre costretto. Fra i più giovani,De Luilo fece con me tutta la sua carriera d'attore, e anche Gassman (che feci recitare in Rosalinda, nell'Oreste, in Un tram che si chiama Desiderio) uscì felicemente da certi ruoli cui sembrava in un primo tempo destinato. Tonino Pierfederici mise piede per la prima volta sulla scena nei Parenti terribili, Olga Villi, che era una soubrette, recitò in Quinta colonna e in Antigone, vent'anni fa, Rossella Falk lavorò con me nel Tram, nella Locandiera (dove c'era anche Remolo Valli) e nelle Tre sorelle. Ma il caso più interessante di tutti,forse, è quello di Mascelle Mastroianni, un ragazzetto che non sapeva dire una battuta e che io presi in Rosalmda di Shakespeare, nel '48 dopo di che mi accompagnò per almeno dieci spettacoli,fino a Zio Vanta e alla seconda edizione di Morte di un commesso viaggiatore, nel '56.

Fare del teatro, oggi, è certamente meno faticoso, talvolta anche un po' meno invogliante, forse. Ma è giusto che sia così. Dopo ogni rivoluzione c'è bisogno di un lungo periodo di assestamento. Oggi c'è uno Stato che s'interessa al teatro. Ci saranno leggi sempre più favorevoli. Non c'è più neanche la censura, questa istituzione che in passato, sotto tutti i regimi, ha così spesso rischiato di spingere il teatro verso la futilità, l'evasione e la paralisi.

Con questo non voglio dire che c'è già una vera e soddisfacente organizzazione teatrale: i nostri guai non sono certo finiti. Mentre da una parte gli Stabili possono contare, bene o male, su un minimodi sicurezza e di sistemazione, da un'altra parte le compagnie private continuano a vivere una vita precaria, legate come sono alla disponibilità delle sale, condizionate dalle angustie del circuito. È raro che uno spettacolo indovinato oggi non venga smontato prima del suo esaurimento, prima di essere sfruttato fino in fondo. Tutto ciò non è solo antieconomico, è anche anticulturale e direi quasi antidemocratico. Il teatro ha fatto molta strada, dalla fine della guerra a oggi, ma le sue strutture, purtroppo, sono ancora inadeguate e insufficienti.

Tutto è molto diverso, comunque, da quando debuttammo noi, registi e attori. Quando noi lo aggredimmo, con le nostre idee e le nostre iniziative spesso considerate folli, il teatro italiano era ancora la conseguenza diretta di quello ottocentesco. Prima di noi, certamente, qualche tentativo di ammodernamento c'era stato: il teatro di Pirandello all'Odescalchi, il lavoro della compagnia di Niccodemi e poi di altre formazioni, come quella di Salvini, che però avevano avuto una vita assai breve. Ma in generale il livello era bassissimo, negli allestimenti come nella recitazione. Per quel che riguardava i testi, era un teatro autarchico, compresso, provinciale.

Credo che ormai lo si possa dire senza offendere nessuno: era un teatro di approssimazione. Sì, naturalmente c'erano degli attori veri. Basta pensare a Benassi, a Cervi, alla Pagnani, alla Morelli, a Ruggeri, a Ricci, alla Ferrati. Tutta gente piena di talento e di mestiere. Ma che aveva, anch'essa, un estremo bisogno d'esser inquadrata in una visione del teatro più ordinata, più disciplinata e cioè più culturale. La campagna condotta per tanti anni da Silvio D'Amico, infatti, tendeva solo a questo.

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© "L'Europeo", numero 13-14, marzo 1966.


 
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