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Vent'anni
di teatro /5
di Luchino Visconti
Dopo i Parenti terribili mi piovvero addosso le
proposte più insensate. Mi ricordo che appena finì la
guerra nel Nord, per esempio, Remigio Paone voleva a tutti i costi che
andassi a dirigere il suo Teatro Nuovo, a Milano.
A Milano, press'a poco in quel periodo, un giovane regista che non conoscevo,
Giorgio Strehier, metteva in scena all'Odeon Caligola di Camus, in un
certo senso facendo quello che io avevo fatto a Roma: un gesto brusco
e perentorio che staccava il teatro dagli schemi passati. La coincidenza
può sembrare strana, ma non lo fu affatto, anche se fra Roma
e Milano c'era allora una separazione enorme. In mezzo c'era ancora
l'ombra della Linea gotica: ci volevano due giorni di viaggio per arrivare
da Roma a Milano. Strehier e io ci trovammo a fare la stessa esperienza,
sotto la spinta delle stesse esigenze, ma era come se lui fosse in Groenlandia
e io al Congo. Mi ricordo che; tornato a Milano, assistetti a una recita
del Caligula. Fui colpito dalla regia e scrissi una lettera a Renzo
Ricci,che era il protagonista dello spettacolo. Proprio in questi giorni
Nora Ricci, la figlia di Renzo, mi ha detto di aver ritrovato quella
lettera. Finiva press'a poco così: "io non conosco questo
Strehier, ma oggi nel nostro teatro, caro Renzo, c'è un estremo
bisogno di giovani così, pieni di vero talento".
Fare del teatro vent'anni fa, in Italia, era difficile per tutti, ma
straordinariamente affascinante, anche. C'era tutto da fare, tutto da
scoprire. Le nostre erano bellissime battaglie, e ogni volta c'era la
sensazione impagabile di fare un discorso nuovo, di rompere qualcosa.
Davamo testi di Anouilh, di Sartre, di Brecht, ed era sempre una grande
scoperta.
Adesso è sempre un bellissimo lavoro, il nostro. Ma molto meno
emozionante, e si capisce facilmente perché. Il teatro allora
ci costava infinitamente di più e anche sul piano economico facevamo
grossi sacrifici. Io ci rimettevo denaro mio, ma in cambio acquistavo
un pubblico e in un certo senso sentivo di creare una scuola. Così
faceva Strehier a Milano. Così facevano, a Roma, Giannini e Costa.
Un po' alla volta scomparvero molte sgradevoli consuetudini che sembravano
indispensabili. Io fui il primo credo, ad abolire il suggeritore. E
oggi è un fatto che questo antico personaggio della scena italiana
non si vede più, nemmeno negli spettacoli di terz'ordine.
Un'altra battaglia, vent'anni fa, la feci con il pubblico: poco puntuale
nell'arrivare in sala, poco riguardoso vero il nostro lavoro,insomma
poco teatrale. Andava rieducato, e subito. Fu così che decisi
di non consentirgli più di arrivare in ritardo. Nei miei spettacoli
vigeva questa regola: si cominciava alle nove in punto e appena si spegnevano
le luci in sala non entrava più nessuno. Una delle prime volte
che adottammo questo provvedimento, se ricordo bene, fu per l'Oreste.
Alle nove e un minuto c'erano delle signore ritardatarie che entravano
in sala trafelate, reggendosi la gonna:"Presto presto, se no quello
là ci lascia fuori per tutto il primo atto". Quello là
ero io, naturalmente.
La puntualità è un'abitudine che ora si sta perdendo di
nuovo, mi pare. Bisognerebbe riprenderla. Del resto, non fu affatto
un'idea mia. I primi orari di ferro li stabilì Toscanini, alla
Scala. E Toscanini fu anche il primo che una sessantina d'anni fa fece
spegnere le luci in sala durante lo spettacolo. Perché anche
alla Scala c'era questa antica abitudine italiana di considerare il
teatro come un grande salotto.
Mia madre mi raccontava sempre che subito dopo le nozze fece la sua
prima apparizione in pubblico proprio alla Scala. In sala,naturalmente,
c'era tutta la Milano più nota, più mondana e anche più
distratta per quello che avveniva sulla scena. La gente era curiosa
di vedere mia madre, e c'era da prevedere che nel palco Visconti, durante
tutto lo spettacolo, ci sarebbe stato un continuo viavai di persone
in visita di cortesia. Così mio padre, che a teatro ci andava
per lo spettacolo, decise di chiudere a chiave la porta del palco durante
la rappresentazione. Mia madre passò due ore sulle spine, non
volendo apparire scortese, con l'occhio costantemente girato verso la
maniglia della porta che continuava ad abbassarsi inutilmente.
Racconto questo episodio per spiegare che alla Scala, cioè nel
più severo teatro italiano, una sessantina d'anni fa si usava
ancora passeggiare e chiacchierare nei palchi durante tutto lo spettacolo,cose
che da un pezzo non succedono più. Però, resta il fatto
che in una parte del pubblico italiano c'è ancora questa strana
mentalità; si va a teatro per vedere lo spettacolo ma anche per
motivi che non hanno niente a che fare con il teatro. Si chiacchiera
durante la recita, si fanno commenti, si tira tardi nel foyer durante
l'intervallo.
Più che un lavoro d'invenzione, da principio il nostro fu un
lavoro di ripulitura. Bisognava mettere ordine sul palcoscenico,imporre
una disciplina di tipo nuovo agli attori, e dare allo spettacolo una
precisa impronta di verità.
Per questa stessa esigenza, in quegli anni, il cinema ebbe una stagione
straordinariamente vitale. Ed era abbastanza logico che anche il teatro,
respirando l'aria di quel momento, sentisse il bisogno di una maggiore
autenticità. Occorreva eliminare il pressappochismo, esigere
che la buona recitazione non fosse limitata ai principali attori, togliere
dalla scena i fondali ondeggianti e da tutto lo spettacolo il vecchio
vizio dell'improvvisazione.
Per ottenere tutto questo, su un palcoscenico che era pieno di pessime
abitudini, bisognava imporsi con una certa inflessibilità, e
pretendere anche quello che sembrava inutile o eccessivo. Fin da principio
io fui convinto che anche gli attori più dotati avessero bisogno,
per recitare in questo teatro nuovo, di aver intorno un'atmosfera di
autenticità. Da principio la cura che mettevo nella messinscena
suscitò molte perplessità, forse anche molte ironie, ma
gli attori più intelligenti capirono cosa significasse quella
mia pretesa di avere sulla scena cose vere, precise, esatte.
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© "L'Europeo", numero 13-14, marzo
1966.
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