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Vent'anni
di teatro /7
di Luchino Visconti
Sono passati ventiquattro anni da quando feci
il mio primo film, quell' Ossessione che adesso, nei panorami storici
del cinema, segnala nascita del neorealismo. Ne sono passati ventuno
dal mio primo spettacolo di prosa, e dodici dalla mia prima regia nel
teatro dell'opera. Sembrano tre attività molto diverse fra loro,
e capita spesso che qualcuno mi chieda quale, delle tre, io preferisca.
Non lo so, a dire la verità. Cinema, teatro, lirica: io direi
che è sempre lo stesso lavoro. Malgrado l'enorme diversità
dei mezzi usati. Il problema di far vivere uno spettacolo è sempre
uguale. C'è più indipendenza e libertà nel cinema,
ovviamente, e nel cinema il discorso diventa sempre molto personale:
si è molto più autori facendo un film, anche se si tratta
di un film di derivazione letteraria. Ma bisogna anche dire che il cinema
non è mai arte. E un lavoro di artigianale, qualche volta di
prim'ordine, più spesso di secondo o di terz'ordine. Prendiamo
un film che io amo moltissimo, Monsieur Verdoux di Chaplin: è
il prodotto di un geniale uomo di cinema, tuttavia resta inevitabilmente
condizionato dal fatto tecnico. Anche il mio secondo lavoro cinematografico,
La terra trema, è certo un film importante. Purtroppo, è
solo un film. E anche un prezioso documento, certo, ma troppo legato
a degli elementi strumentali per essere un assoluto prodotto artistico.
Un'opera d'arte figurativa, oppure un poema, questi sono fatti assolutamente
artistici, perché non sono mai condizionati da nulla.
Anche in teatro, un regista si trova spesso con un campo d'azione circoscritto:
c'è il rispetto che si deve all'autore e a un testo, che spesso
è un classico, poi c'è lo schema imposto dagli atti, c'è
uno sviluppo dello spettacolo già fondamentalmente preordinato.
Solo qualche volta un regista può anche permettersi la libertà
di sconvolgere lo schema predisposto dall'autore, se ciò gli
consente di ottenere certi risultati.
La forma forse più completa di spettacolo, secondo me, resta
ancora il melodramma, dove convergono parole, canto, musica, danza,
scenografia. Adesso, dopo aver messo in scena il Falstaff all'Opera
di Stato, a Vienna, curerò la regia del Cavaliere della rosa
a Londra, al Covent Garden. E un lavoro cui mi dedico con entusiasmo,
dopo un po' di cinema. Fare uno spettacolo d'opera per me è sempre
un'attività molto gradevole e mentalmente riposante: poche cose
mi rasserenano più della musica.
Così continuo a correre di qua e di là, impegnandomi in
questi tre generi. Quando faccio il cinema sogno spesso di riprendere
la prosa, e facendo la prosa mi capita spesso di pensare a una nuova
messinscena lirica. Si tratta di tre attività che a volte mi
sembrano, senza esserlo affatto, dei "violons d'Ingres".
Anche il lavoro di un regista subisce degli alti e bassi continui. Ci
sono dei periodi di attesa, di sosta, di carenza vitaminica, se vogliamo.
Chi lavora, qualsiasi lavoro faccia, non può mai avere un rendimento
continuo. E ci sono per forza, anche nella carriera di un regista, certe
indispensabili pause.
Anche a me è capitato di dire basta, qualche volta, ma solo per
stanchezza. Alcuni anni fa dissi basta con il teatro, e fu una decisione
dettata dalla delusione procuratami da una lunga lotta con la censura,
al tempo dell'Arialda di Testori. Per un po' di tempo andai a lavorare
all'estero.
Ci fu anche un momento in cui mi dichiarai apertamente contrario alla
creazione di un teatro stabile a Roma, forse per eccesso di pessimismo.
Mi sembrava un'iniziativa decisamente negativa, per il pericolo di un
condizionamento politico. Invece Vito Pandolfi, realizzandola fra molte
difficoltà, ha dimostrato, fino ad oggi, che i miei timori erano
per lo meno infondati.
Come si fa oggi del teatro, in Italia? Io direi che il livello medio
è buono, e ogni anno si possono vedere delle cose ottime. Le
cialtronate che si vedevano una volta, oggi non si vedono più.
C'è in generale senso di responsabilità, c'è molta
serietà nel lavoro, e dietro a molti spettacoli si sente che
c'è una ricerca approfondita. Se mai, il ritardo culturale del
nostro teatro dipende dalla sua struttura, e poi dalla mancanza di testi.
Ecco perché mi pare molto giusto il tentativo fatto dal nuovo
Stabile romano fin dalla prima stagione, cioè rappresentando,
accanto ai tre spettacoli principali del Valle, alcune novità
italiane al Centrale, su un piano sperimentale. Noi abbiamo sempre sentito
dire che in Italia non si trovano buoni testi teatrali, che i giovani
scrittori hanno sempre meno l'ambizione di presentarsi al pubblico attraverso
la scena. Ma è anche vero che si è sempre fatto poco per
favorire i nuovi autori. C'è un solo modo di valutare un testo
teatrale, ed è la verifica che si fa su un palcoscenico. Non
serve assegnare premi agli autori, non serve neanche leggere i copioni,
un po' come sarebbe inutile cercare campioni ciclisti misurandogli il
torace: un ciclista bisogna vederlo in bicicletta, un autore di teatro
va provato sulla scena. Anche Pirandello, in fondo, come autore di teatro
arrivò piuttosto tardi, dopo aver fatto a lungo il novelliere,
e ci riuscì solo quando gli fu possibile provare i suoi testi
attraverso la rappresentazione.
C'è sempre stata la tendenza, nella cultura italiana, di considerare
il nostro teatro di seconda categoria e di ammirare invece moltissimo
tutto quello che si fa all'estero. Bè, io credo invece che oggi
noi possiamo considerarci inferiori solo a due o tre situazioni, in
Europa. Non conosco abbastanza bene il teatro che si fa in Russia, ma
so molto bene che genere di teatro si fa in Francia, per esempio. Diciamo
la verità, senza coltivare i soliti complessi d'inferiorità;
certi spettacoli che si danno all'estero noi ci vergogneremmo anche
di pensarli. Sono spettacoli sciatti, con una recitazione di tipo vecchio,
spesso insopportabile. Se vogliamo trovare un teatro che ancora ci insegni
qualcosa, oggi possiamo citare solo quello di Olivier, e poi gli spettacoli
di Brook, o le interpretazioni di John Gielgud, in Inghilterra. E in
Germania il Berliner Ensemble, poi qualche spettacolo d'eccezione in
Berlino Ovest, o allo Schiller Theater.
E invecchiato il teatro? Ogni tanto lo si sente ripetere, con vecchie
e nuove dimostrazioni. Senza mettermi adesso in polemica con Pasolini,
io penso che il teatro abbia ancora molte cose da dire. Non ho mai creduto
neanche alla possibilità di una crisi provocata dal fenomeno
televisivo. Perché mai il teleschermo dovrebbe uccidere la vecchia
scena? Quello che offre la televisione, anche se è costruito
su un testo teatrale, rimane un fatto molto particolare: c'è
un rapporto chiuso, fra quello che appare sul video e lo spettatore
che sta seduto a casa sua. In un certo senso questo vale anche per il
cinema: si sta seduti al buio, davanti alle immagini che si muovono
sullo schermo, e non ci si sente mai dentro lo spettacolo. Il teatro,
invece, richiede una partecipazione collettiva. E un rito, chiamiamolo
pure così, che si celebra ogni volta in pubblico, davanti a dei
fedeli. Ma non è mai qualcosa che si ripete in maniera uguale.
Dopo aver messo in scena un testo ho sempre constatato, assistendo a
recite successive, che inevitabilmente lo spettacolo varia di sera in
sera. Il teatro, in un certo senso, si reinventa un po' a ogni rappresentazione,
davanti a pubblici diversi, in sale diverse, su palcoscenici diversi.
E proprio questo, credo, il vero segreto della sua vitalità.
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© "L'Europeo", numero 13-14, marzo
1966.
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